T2: Trainspotting

T2: la nostalgia siamo noi

Sorpresa T2 - Trainspotting riesce a essere contemporaneo

E così ci siamo. È arrivato T2. Disclaimer: chi scrive ritiene che Trainspotting, il primo, sia il suo “film della vita”. O almeno, di un pezzo significativo di vita, quella spensierata e un po’ incosciente che si vive a vent’anni, quando “a domani ci pensiamo domani” e non c’è niente da perdere, e nemmeno granché da vincere, solo che ancora non l’hai ben capito. Trainspotting, il primo, ha per chi scrive una sacralità che poche altre cose hanno – qualche disco (pochi), qualche canzone (qualcuna in più), qualche libro, una manciata di film e una squadra di calcio che non vince quasi mai, ma che per ragioni oscure ritorni sempre a seguire. “Quel” livello di sacralità.

Questo per dire che T2 nell’idea di chi scrive rappresentava una follia. Qualcosa che, in cuor tuo, non avresti mai voluto vedere realizzarsi. Qualcosa che hai sempre vissuto con il terrore che potesse rovinare la dimensione sacrale del suo predecessore. Oggi T2 è qui. E se siete su questa pagina a leggere, probabilmente state saltando le parole per arrivare a dove si dice se ne vale la pena vederlo, o se lo odierete. Bene, sappiate che la risposta a questo interrogativo, dopo aver visto T2, è una soluzione semplice per un quesito difficile. Se T2 “merita”, o “è un bel film”, è una domanda mal posta. Troppo facile. Probabilmente, semplicemente inutile.

Uno degli scambi più significativi di Trainspotting è la “teoria unificante” di Sick Boy. Che, in caso ve la foste dimenticata, recita così:

«Sick Boy: È certo un fenomeno di ogni stadio della vita…
Mark: Che vuoi dire?
Sick Boy: Beh, a un certo punto ce l’hai… poi lo perdi. E se ne è andato per sempre, in ogni stadio della vita. Georgie Best, per esempio, ce l’aveva… e l’ha perso. O David Bowie, o Lou Reed.
Mark: Lou Reed ha fatto cose da solista niente male…
Sick Boy: Sì, non sono male, ma neanche grandiose no? E in cuor tuo lo sai che anche se ti suonano bene in effetti sono solo… cagate!»

Questa teoria, applicata alla lettera, varrebbe anche per T2 e per il tentativo di riprodurre a distanza di vent’anni la magia di qualcosa che, con buona probabilità, “se ne è andato per sempre” . È un fenomeno di ogni stadio della vita. Trainspotting non fa eccezione. E questo rappresenta una contraddizione in termini per T2. Sick Boy avrebbe detto: non fatelo. In che modo è possibile (non) rovinare la memoria collettiva di Franco Begbie e del lancio del bicchiere? Non sarà patetico rimettere insieme i cocci di quattro vite nel frattempo andate altrove, solo per la gloria di una remunerativa operazione nostalgia?

Begbie (Robert Carlyle) raging over toilet cubicle in TriStar PicturesÕ T2: TRAINSPOTTING

A sostegno della tesi “non fatelo” c’era, e c’è, anche e soprattutto il fatto che la magia di Trainspotting è stata quella di cogliere in modo irripetibile il cuore di un momento storico culturale e sociale ben preciso, la club culture, quella raccontata da Sarah Thornton nel 1995, e di shakerarlo con la raffigurazione più vivida ed emozionale di cosa significa(va) essere giovani in quel momento storico. Un momento che, oggi si può dire, è stato anche in qualche modo il bicchiere della staffa di un tempo in cui esisteva una relazione forte tra dimensione subculturale e gusto musicale – una relazione esplosa negli anni Settanta e che ha coinciso con stagioni gloriose come il punk e poi il post-punk, la new wave e poi il grunge, e infine arenatasi nel nuovo secolo – ridotta a brandelli dalla mainstreamizzazione dell’hip hop, dalla gamification del concetto di successo da parte dei talent, dal rumore bianco degli influencer e dalla microcelebrità degli YouTuber. La magia di Trainspotting è stata quella di affrescare il contesto sociale della club culture, cosa significava per i perdenti della società, e dargli un manifesto esistenziale: Scegliete la vita. Choose Life.

trainspotting club

T2 non può cogliere questo oggi. Non doveva nemmeno provarci, non avrebbe avuto senso, e infatti non lo fa. Quello che fa T2, al contrario, è cogliere al meglio l’episteme nostalgica dell’oggi, in romantica continuità con il modo in cui Trainspotting coglieva l’essere giovani vent’anni fa. Solo che, mentre lo guardi, realizzi che l’operazione nostalgica di cui si diceva prima, in realtà non è il film. Sei tu. Tu che lo guardi. Tu che fai del passato il presente, come scrive Simon Reynolds in Retromania, mentre condividi video di gattini e foto di cibo nella speranza di un like, aggiorni l’immagine del profilo, swipi su Tinder e cambi i filtri di Instagram, hoping that someone, somewhere, cares.

Mark Renton (Ewan McGregor) and Simon (Jonny Lee Miller) at nightclub in TriStar PicturesÕ T2 TRAINSPOTTING

T2 è il ritratto di questa nostalgia immaginata. Ne è celebrazione, sublimazione e voltastomaco. È la fotografia della nostalgia dei perdenti che ricordano il passato in cui erano perdenti ma belli. Una fotografia che per dirla con Roland Barthes è desiderio, repulsione ed euforia. È il ritratto di tutti noi, vincitori fittizi nella corsa fittizia all’essere cool, che a un certo punto ci rendiamo conto dell’inganno e vogliamo tornare indietro, ma è tardi e non si può. È la fotografia del fatto che a nessuno importava allora, dei perdenti, e a nessuno importa oggi, qualunque cosa ci dicano quando ci chiedono il voto, una volta ogni lustro, più o meno, facendoci credere di contare qualcosa. È la nostalgia dell’amicizia e la fotografia delle sue degenerazioni.

T2: TRAINSPOTTING

Ecco, T2 è questo. È un film che vuole ricordarti che il passato non è il presente. È un film che vuole ricordarti che le relazioni sociali talvolta possono andare molto a puttane. È la trasposizione cinematografica del sapore amaro che dà in bocca il senso di “a un certo punto ce l’hai…poi lo perdi”. È l’elevazione della teoria unificante a “statement esistenziale”. T2 non è un capolavoro, non sarà mai un cult ma è inevitabilmente fico, ed ha in fondo due grandi pregi: non riesce a farti odiare il predecessore, e ti fa guardare le contraddizioni dell’oggi un po’ più da vicino, cosa rara, e mettere meglio a fuoco le relazioni social individualizzate, l’anaffettività, la ex che ti cancella da Facebook e gli “hipster già scopati” (cit.). Non è un film che ricrea qualcosa che non tornerà più. È la rappresentazione del fatto che non tornerà più, dopo che hai scelto la vita. T2 lo sa. Tu? Io? Noi? Ce ne fossero, di sequel così.