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Les Sauteurs

Un documentario di Mortiz Siebert, Estephan Wagner e Abou Bakar Sidibé

Il monte Gurugu è il punto più alto del Capo delle Tre Forche sulla costa occidentale del Marocco, a pochi chilometri dallo stretto di Gibilterra. In cima al monte, rifugiati in accampamenti nascosti nella vegetazione vivono migliaia di migranti, Subsahariani, provenienti specialmente dal Mali e dalla Costa D’Avorio. Ogni giorno, dall’alto del monte, osservano quella che per loro è una terra promessa (El Dorado), per la quale hanno intrapreso un lungo viaggio, durante il quale centinaia di persone perdono la vita ogni anno, abbandonando famiglie e affetti in cerca di un futuro in Europa, scappando dalle guerre civili e repressioni che stanno distruggendo i loro paesi di origine da decenni.

Alle pendici del monte infatti Melilla, enclave spagnola dal 1497, è la porta di accesso all’Europa in terra Africana. Quella che pare essere una meta così vicina se vista dalla cima del Gurugu in realtà è una vera e propria fortezza quasi inespugnabile. Ogni giorno centinaia di migranti vedono i lori sogni le loro speranze e spesso le loro vite distrutte, infrante in un complesso sistema di sicurezza che consiste in tre barriere di filo spinato alte sei metri e lunghe dodici chilometri che separano l’Africa dal territrio dell’Unione Europea.

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Mortiz Siebert e Estephan Wagner, due registi tedeschi, decidono di dare voce e immagini a queste persone e al loro dramma spesso taciuto e ignorato da chi vive dall’altra parte della barriera, affidando una camera a uno dei protagonisti di queste storie, Bakar Sidibé, un ragazzo proveniente dal Mali, che vive da quindici mesi sulla cima del monte sognando un giorno di poter scavalcare quella barriera e raggiungere il fratello a Valencia. Les Sauteurs (Le persone che saltano, tradotto letteralmente) presentato in anteprima mondiale alla 66esima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, viene mostrato in anteprima italiana al Biografilm Festival, nella sezione No Borders, che si occupa proprio di confini, di persone che provano a superarli, di chi li teme, di chi li traccia e di chi li abbatte.

Abou, vero e proprio co-regista del film, riprende i propri fratelli che raccontano la tragicità degli eventi a cui sono andati incontro e quelli a cui andranno nell’ennesimo tentativo di scavalcare il muro. Attaccati dalla Guardia Civile spagnola sulla linea di confine e braccati dalla polizia marocchina che dà fuoco agli accampamenti sulla cima del monte, i migranti si confidano all’amico e all’occhio della camera che porta sempre con sé, storie di chi ce l’ha fatta, di chi è tornato indietro e di chi ha visto la propria vita spezzarsi per sempre in quelle barriere.

Un documento intimo imprescindibile che restituisce immagini di persone stanche ma cariche di speranza, nonostante le disavventure passate, la cui quotidianità è scandita da varie strategie per organizzare il prossimo “salto”, perlustrazioni, così come da momenti di svago per riempire le lunghe attese, come le partite di calcio o dama. Persone che portano storie e racconti, non semplici puntini neri segnalati dal visore notturno che sorveglia la zona di confine. Individui cui il cinema può restituire un volto evitando che il loro sia semplicemente un corpo senza nome sperduto nel mare dell’indifferenza.