La Trattativa - Sabina Guzzanti

La trattativa – Sabina Guzzanti

Presentato fuori concorso, La trattativa era certamente uno dei film più attesi di questa Mostra, per lo meno per la stampa che fiutava lo scandalo e la polemica. Facile previsione essendo il film l’’incontro tra Sabina Guzzanti e l’’esplosiva vicenda della “trattativa Stato-Mafia” così come è via via emersa da indagini scatenate dalle rivelazioni di Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo affiliato a Cosa Nostra e tramite attraverso cui lo Stato italiano avrebbe trattato con Riina e, soprattutto, Provenzano la fine della stagione stragista del 1992-3. Vicenda che si va a collegare politicamente con la difficile transizione che da Tangentopoli porta al primo governo Berlusconi, da più filoni d’’indagine indicato come nuovo referente istituzionale privilegiato in grado di salvaguardare gli interessi dei boss, fiaccati dall’’attivismo dei giudici di Palermo e dal voltafaccia della DC.

Manifesto film di Sabina Guzzanti  La trattativa

Sabina Guzzanti sceglie di ricostruire una vicenda che è a tutti gli effetti un gioco di ombre, una parata di maschere, un’’intricata selva di fatti e opinioni, indizi e prove, reticenze e insabbiamenti, ipotesi, morti che parlano e vivi che tacciono, dentro un teatro di posa, mettendo in scena interrogatori e notiziari, intervistando protagonisti, drammatizzando documenti. Il risultato è cinematograficamente riuscito: la mole d’’informazioni si ricompone, il gusto spettacolare della Guzzanti si conferma, gli attori regalano ulteriore pregnanza a fatti e dichiarazioni già di loro esplosivi. Non un film rigoroso, sovrabbondante, barocco, ambiguo nella sua mescolanza di documentario e fiction, ma di impatto indubbio, certificato da lunghi applausi in sala.

Ma un film del genere, così militante, così stringente e chiaro nelle sue tesi, non può, programmaticamente non vuole, essere valutato solo sul piano della, indubbia, riuscita cinematografica. La trattativa già per la sua forma espone il fianco a chi l’’accuserà di fare un processo sulla base dei preconcetti e dell’’immaginazione (la stessa Guzzanti accoglie nel film questo argomento). Non è però questo l’’elemento più scottante, almeno per chi in fondo è disposto ad accogliere la ricostruzione dei fatti proposta dal film. Il disagio è più sottile.

La trattativa sabina guzzanti backstage

Sabina Guzzanti il processo lo fa. Il suo film è un atto di accusa vibrante verso tutta la classe politica italiana, della Prima e della Seconda repubblica, macchiatasi del peccato originale di scendere a patti con Cosa Nostra, permettendole di dettare le condizioni alle spalle di chi onestamente la combatteva e per questo ha perso la vita, la libertà, la speranza. Non c’’è sfumatura, il finale è chiaro fino al didascalico: esiste un’’Italia dei Giusti e un’’Italia degli Empi. E questi Empi sono un’’associazione a delinquere unica, responsabile materialmente e moralmente dell’’infinita mole di iniquità che viviamo ogni giorno. Non saranno queste le righe dove si leverà una voce a difesa dei cattivi di questa storia. Tuttavia la posizione della Guzzanti dimentica il grigio e quindi è, per chi scrive, inaccettabile.

Gli storici chiamano “”zona grigia”” quella base di maggioranza silenziosa su cui si basava il consenso verso il fascismo. Dipingere politici e mafiosi come un gruppo omogeneo di criminali che tirannicamente esercitano un potere di vita e di morte sui cittadini è consolatorio e assolutorio. È la base di ogni discorso populista e totalitario (comune a tantissime delle forze politiche verso cui la regista punta il dito): dipingere un’’irreale umanità di puri contrapposta al male assoluto, l’’altro. I politici vengono votati, i sistemi di potere non calano dall’’alto, si saldano nel tessuto di una società. La storia di questo paese la fa la zona grigia, e levare il grigio da un film come La trattativa è moralista, e quindi eticamente ed esteticamente da rifiutare.

la-trattativa-sabina-guzzanti-003

Qui a Venezia, scherzi della storia e lungimiranza dei selezionatori, abbiamo visto pochi giorni fa il Belluscone di Franco Maresco, che con La trattativa condivide molte tematiche e qualche episodio (la linea diretta che attraverso Mangano e Dell’’Utri unisce il capo di Cosa Nostra Bontade e Berlusconi negli anni Settanta). Mentre la Guzzanti spara luci e ombre contrastatissime, Franco Maresco compie un viaggio dentro la zona grigia. Se Guzzanti, citando Gaber, ci dice che la «macchia nera è lo Stato», Maresco straziante ci ammonisce: la macchia nera siamo noi. Nel paese antropologicamente impossibilitato alla rivoluzione i contrasti del bianco e del nero sono il balsamo all’’inazione mentre forse la disperante consapevolezza della generale, assoluta, condivisa empietà dell’’essere umano è paradossalmente l’’unica via di rivoluzione possibile: rivoluzione individuale, morale, in ogni scelta di ogni singolo. Chissà che alla lunga la somma di queste piccole rivoluzioni non faccia tornare i conti anche in Italia.