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Good Kill – Andrew Niccol

Spetta a Hollywood chiudere il concorso principale della Mostra numero 71. Good Kill di Andrew Niccol racconta la storia di Tommy (Ethan Hawke), un pilota militare da tempo impiegato come pilota di droni. Anziché restare di stanza su una portaerei e compiere missioni nei teatri della guerra al terrorismo dorme nella sua casa di Las Vegas e ogni giorno si siede di fronte a uno schermo, con un joystick in mano, e bombarda gli obiettivi che gli vengono assegnati. Allontanato dal brivido del volo, costretto a eseguire ordini sempre più disinteressati ai “danni collaterali” sprofonda in una crisi personale che investe anche il suo privato.

Il film di Niccol è stato annunciato come il primo importante momento di approfondimento sulla mutazione genetica del soldato che sta avvenendo nella società americana: la guerra scorporata, la digitalizzazione dell’’uccidere, la sostituzione del fronte con il videogame. E certo non si risparmia il regista nel mettere in scena la quotidianità del nuovo soldato, l’’occhio satellitare che scruta nelle case e nelle piazze dell’’Afghanistan e del Pakistan per poi cliccare il pulsante che in dieci secondi disintegra l’obiettivo a decine di migliaia di kilometri.

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L’’annuncio era un augurio che accompagna un’’occasione mancata, e non di poco. All’’apparenza un altro film che va a indagare la dicotomia tra responsabilità individuale e spinta della società e della storia come altri titoli visti qui (The Look of Silence, l’’ultimo Kim Ki-duk), Good Kill è invece un prodotto di mediocre caratura estetica e fallimentari, per non parlare apertamente di dolose, analisi tematiche.

Il Top Gun costretto a terra è in crisi perché non vola, perché non sente il brivido dell’’adrenalina molto più di quanto non si interroghi sul senso profondo del suo quotidiano, degli ordini che riceve: in questo ricorda l’’artificiere drogato dalla vicinanza con la morte di The Hurt Locker, senza essere graziato dalla presenza di una sceneggiatura per lo meno sufficiente.

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Dov’’è la riflessione dell’’America su se stessa? Non qui, non nella piccola storia di un pilota da pubblicità degli occhiali, nella retorica patriottica della guerra al terrorismo (che come quella alla droga non è una guerra, le guerre finiscono) rimbalzata da ufficiali e G.I., nel finale che reitera criminosamente il sistema suggerendo la presenza di omicidi di serie A e serie B in base a un moralismo che parrebbe semplificatorio e autoindulgente a chiunque non sia un membro del Tea Party.

L’’unico merito di Good Kill è che quella riflessione bandita dai confini del film si può recuperare dall’’altra parte della quarta parete. Oltre i limiti dello schermo gli occhi dello spettatore possono vedere: vedere il vuoto che si propaga in ogni inquadratura; l’’insignificanza delle giustificazioni e delle interrogazioni di cui sono capaci i personaggi; la caricaturale, svuotata di senso, ridotta a icona di cartapesta degna della Las Vegas in cui è girato, presenza dello spirito americano.

Se dovessimo ricavare da questo film un’’opinione sul ruolo degli Stati Uniti a guida morale dell’’Occidente – sopprimendo per un attimo i brividi che la pretesa necessità di una “guida morale” ci provoca – saremmo convinti come questo sia pronto per essere messo in soffitta dalla Storia.