Foto di scena ©Angelo Maggio

Mio Figlio era come un Padre per me – Fratelli Dalla Via

Quando non hai niente, non hai niente da perdere

recita Like a rolling stone. Spingendo un po’ se ne potrebbe dedurre: “Quando hai tutto, hai tutto da perdere”; ma se hai tutto e vuoi perdere tutto, cosa succede? E, per amor di iperbole, se hai tutto e vuoi perdere tutto, ma quel tutto si perde da sé prima ancora che tu te ne disfaccia? Si chiude il cerchio e si ritorna a Dylan oppure qualcosa è cambiato?

Mio figlio era come un padre per me (Premio Scenario 2013) è la storia di un fratello e una sorella (Diego e Marta Dalla Via) che, stanchi di essere figli agiati-annoiati, architettano di suicidarsi per dare ai distanti genitori il più grande dolore immaginabile: la morte di un figlio. La sorte beffarda vuole però che, in anticipo sul tempo, prima il padre poi la madre si tolgano la vita, mandando in frantumi il piano dei fratelli. Ma i due non si perdono d’animo, così come gli spettatori non si sorprendono: già, perché in questa storia la storia non è poi tanto importante.

Foto di scena ©Marco Caselli Nirmal

Foto di scena ©Marco Caselli Nirmal

Lo si può intuire già dalle casse di plastica che descrivono la scarna scenografia: montate e smontate, impilate e sparse, sembrano fungere da correlativo oggettivo di quella continua irrequietezza, quell’instancabile ruminare di pensieri che agita i due – solo apparentemente – bislacchi fratelli. È un brulicare di propositi che pian piano trasforma le trovate caustiche delle prima battute in sferzate tutt’altro che umoristiche: una costruzione febbrile ma lucidissima che afferma con sempre maggiore determinazione la denuncia di voci inascoltate.

Foto di scena ©Marco Caselli Nirmal

Foto di scena ©Marco Caselli Nirmal

Come era già avvenuto con La casa di Eld, la seconda serata di Short Theatre si apre con un confronto generazionale; stavolta tuttavia recitazione, scrittura e poetica drammaturgica sono compatte e miscelate con efficacia, economia nonché sapiente semplicità. Cosicché, quando si ripresenta, il quesito appare chiaro e inequivocabile: cosa mai ci si aspetta dalla generazioni di fine Novecento? La vergogna di non aver vissuto né il dramma della guerra né la fatica del dopoguerra?

Se gli spagnoli El Conde de Torrefiel nello spettacolo successivo (clicca qui) affermeranno che «il Ventesimo Secolo è un pasto indigesto che ci ha reso tutti stitici», i Fratelli Dalla Via preferiscono concludere con un funerale liberatorio, che sfoga sulle tombe dei padri tutta la frustrazione di chi ha subito una ritorsione storica, quel ricatto morale per cui la rinuncia al libero arbitrio è stata contrabbandata come stoica abnegazione per amore dei figli.

 

La ruota del tempo compie un nuovo giro.
Quando non hai più nulla da perdere, non hai più nessuno da rimproverare.
È tempo di avanzare.

La Pelanda, Roma – 5 settembre 2014

Grazie


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