Foto di scena ©Guido Mencari

Orfani di Patria crescono

Dopo il debutto con Jan Fabre, Quadrino si 'rivolta' in Italia

Un anno fa Jan Fabre accendeva l’autunno romano con la sua campale maratona di 24 ore Mount Olympus dopo un inizio di stagione, tra festival settembrini e teatri, non proprio dei più promettenti. Tra quei ventisette atletici performer provenienti da tutta Europa, c’era anche il romano Pietro Quadrino. Esattamente dodici mesi dopo lo ritroviamo di nuovo in Italia, ma stavolta da solo in scena, a Milano, all’’Out Off, con la sua compagnia Post Scriptum, composta da due altri giovani artisti non ancora trentenni che come lui lavorano con Jan Fabre: il regista-filmmaker Giulio Boato e il musicista-compositore Lorenzo Danesin. E proprio Troubleyn coproduce il loro spettacolo L’uomo rivoltato che ha debuttato lo scorso settembre ad Anversa.

Insomma, ecco un esempio reale di quell’’Italia “giovane e attiva” (young ‘n smart, a voler parlare più cool) che è espatriata in cerca di opportunità, sì, ma anche di padri – così timorosi qui di diventare adulti. Ecco la legione straniera di cui ci si fa vanto e lamento, ma che così poco poi si va a scoprire. E certo va detto che la sempre attenta Milano (critica e spettatrice) non si sia particolarmente affollata alle porte del teatro in via Mac Mahon per capire cosa combinino questi “millennials” cosmopoliti.

Ed è un peccato, non perché L’’uomo rivoltato sia una rivelazione ma perché di rimando offre – anche – uno sguardo particolarmente interessante di una generazione abbandonata nel limbo di un continuo: ““Ci siamo dimenticati di voi, ma tanto siete in gamba, ve la caverete”.

Foto di scena ©Guido Mencari

L’uomo di Quadrino (anche autore) è tanto rabbioso quanto timido, è una belva buona che non ruggisce per vendetta ma per fame d’amore, fame di vita.

Si comincia con una piccola frontiera di scatole e scatoloni rossi, brutti, pericolanti, ammaccati,  scalcagnati: un muro che però c’’è, perché un muro si presenta sempre, è un muro di rovine. E qui si fionda Quadrino, una pantera nuda che si schianta, infrange questa ridicola barriera (leggi: il sentimento vivo contro la società contemporanea), ma poi si accoccola su sé stesso tra le macerie, nudo e tremante. È un uomo che può ancora distruggere ma al quale nessuno ha insegnato a costruire, perché in fondo ogni volta che “distrugge” non demolisce altro che le sue illusioni. Però – come avrebbe detto Pirandello – una volta infranta la maschera che faccia ci rimane?

Foto di scena ©Guido Mencari

Due saranno le frasi dominanti: «C’ho il sole dentro» e «Ho le ossa frantumate». Proprio in questo solco di estasi romantica e dannazione decadentista si muoverà lo spettacolo e – dunque – Quadrino, spaziando tra innumerevoli personalità – tutte diverse, tutte uguali – frammenti di una persona (e vale la pena ricordare che in latino persona significava ““maschera””) in costante bilico tra morte e rinascita.

Una dannata voglia di vivere – artistica e generazionale–, di esserci, che sulla scena raggiunge il suo apice quando il corpo di Quadrino si muove nella penombra, abitando il vuoto con l’eloquenza laconica di una bestia ferita, fremente, evidenziata da un frusciare di catene che crepita tra le vibrazioni di un disegno sonoro molecolare e una composizione luci impietosa, di fari crudi ai lati e diffusioni rosse dall’’alto, come a scrutare emotivamente le reazioni di questo animale braccato nel laboratorio delle proprie illusioni.

Foto di scena ©Guido Mencari

Convince meno invece l’’eccesso di artifici teatrali di ascendenza “Fabre-ana” (che certo non è maestro di sobrietà) e il ricorso a una lingua lirica, ornata, che poco si sposa – a nostro avviso – con la potente irruenza del movimento. È evidente, Quadrino è innanzitutto un corpo vivo, che ancora deve prendere piena consapevolezza probabilmente della forza della sua gestualità, in grado di racchiudere in una contrazione muta più di mille parole ed espedienti scenici.

Un’’immediatezza, la sua, che al contempo ci racconta una generazione in rivolta profonda –– laica e pacifica –– spesso fraintesa per ignavia perché non barricadera e politicizzata come le precedenti. Post Scriptum Company dimostra insomma che tra gli smart startupper tanto sbandierati dal Premier e gli eterni vessati sfruttati retoricamente dal populista di turno, esistono “persone” – semplicemente persone– reali, che si interrogano, si muovono, si mettono in discussione e agiscono creativamente, senza furberie né pietismi.

Uomini rivoltati: col sole dentro e le ossa frantumate. Da seguire con attenzione.

Letture consigliate:
• 24h Mount Olympus, o la vita senza interruzioni – Jan Fabre | Troubleyn, di Giulio Sonno
• Made in China, o il ricatto dell’autismo forzato – Simone Perinelli | Leviedelfool, di Giulio Sonno
• Ripartire dal principio: Absolute beginners di TeatrInGestazione, di Giulio Sonno
• In morte di Ubu: quel grido sepolto dal dolore della farsa. Jarry secondo Latini, di Giulio Sonno

Crediti:

L’UOMO RIVOLTATO

di e con Pietro Quadrino
regia Giulio Boato

musica originale Lorenzo Danesin
scene Pietro Quadrino, Giulio Boato

fotografie ©Guido Mencari

produzione Post Scriptum e Troubleyn/Jan Fabre