Foto ©Dmitrijus Matvejevas

Banane sul pubblico

Con il 'Krapp' di Koršunovas il teatro scivola piano in platea

C’è un bell’interrogarsi sul teatro: è ancora attuale? Sa parlare al presente? Classici sì, classici no? D’altronde è evidente: di tutte le forme d’arte ereditate e sopravvissute nel tempo, il teatro è quella che più risente del momento – accadendo, ipso facto, ora e ora soltanto. Sembra che sia sempre a un passo dal tramontare ma poi di fatto non accade mai. E tanto varrebbe cominciare ad accettare questa condizione.

Perché? Perché il rischio è che si finisca per smarrirsi in un’eccessiva tensione alla teoria, anzi, alla teorizzazione, all’ideale, alla ricerca per la ricerca, perdendo un po’ di vista l’azione in sè, vale a dire ciò che poi accade effettivamente in scena.

Sabato scorso, a Modena, tra il bombast fisico di Belarus e quello verbale di Babilonia, Vie Festival ha ospitato nel retro del Teatro delle Passioni il più discreto Krapp’s last tape diretto dal regista lituano Oskaras Koršunovas. Uno spettacolo minimale, asciutto, forse non particolarmente innovativo, che non scuote gli animi, eppure nel cui apparente poco c’è davvero molto.

Foto di scena ©Dmitrijus Matvejevas

Qui innanzitutto c’è la dimostrazione che se si porta in scena il Krapp non «si fa Beckett» ma si ascolta un testo e lo si lascia risuonare; poi, eventualmente, si lavora anche attorno al peso culturale che quel testo e il suo autore hanno guadagnato negli anni. Krapp è Krapp, non è «Beckett»: «Beckett» è un’idea, magari valida, attendibile, ma pur sempre un’idea.

Come da didascalia, la scena qui è scarna: un tavolo in disordine con su libri, carte, appunti e l’immancabile mangianastri; a terra un mucchio di nastri secchi e accartocciati; più in là, sulla destra, qualche bottiglia; e poi lui, il vecchio Krapp, che soffia, gracchia, rutta, bofonchia, ridacchia, come una vaporiera arrugginita che pur continua a macinare. Lo vedremo frugarsi nelle tasche, mangiare le sue banane, buttare giù un sorso, poi estrarre un nastro di trent’anni or sono, riascoltarlo, fermarlo, irriderlo, compiangerlo, commentarlo qua e là, e infine incidere una nuova voce: della consapevolezza.

Foto di scena ©Dmitrijus Matvejevas

Krapp in qualche modo è la negazione tecnica del teatro e il suo più impalpabile trionfo: sembra non accada nulla, per circa metà è dominato dal fluire di una voce registrata, ma in quella reazione emotiva all’ascolto (del vecchio Krapp) si gioca tutto il teatro, cioè tutta la vita. Perché noi la vita la viviamo ma non la possediamo: è solo con l’azione del ricordo che cominciamo a farla diventare nostra, mentre quella, però, se ne è intanto andata. Ed ecco perché dopotutto un testo come Krapp è molto più attuale di tanta drammaturgia “contemporanea”.

Foto di scena ©Dmitrijus Matvejevas

Seppur fedele, la messa in scena di Korššunovas tuttavia è meno pedissequa di quel che sembri: tutto è precipitato nel buio di una condizione esistenziale, ma il fondale nero qui è spezzato in due, una metà avanza di un metro rispetto all’altra. E cos’è quella fessura? Sembra quasi una quinta in pieno centro scena.

Ci sono altri due particolari apparentemente casuali che rivelano la mano invisibile del regista lituano. Qui Krapp non scivola sulla buccia di banana che getta distrattamente a terra: la nota, si china, la raccoglie e la getta via—non fosse che quel «via», fuor di finzione, è la platea, e qualcuno quella buccia se la ritrova in faccia.

Altro particolare: prima di registrare, cioè intervenire nel presente in questo dialogo con il passato, Juozas Budraitis si toglie la consunta palandrana, come se ora il discorso si facesse serio, come se ora ci fosse da andare in scena. E nella sua tenuta bianca ecco che ci appare per ciò che veramente è: un grande attore di altri tempi.

Foto di scena ©Dmitrijus Matvejevas

Insomma, attore, personaggio, maschera o barbone che sia, l’uomo-Krapp di Koršunovas carica su di sé tutta la possibile ambiguità che può raccogliere, sbrodolandola in continuazione come un ubriaco ma senza mai lasciarla esplodere, ovvero senza mai scadere nel cliché dello sfondamento della quarta parete né rivelare esplicitamente l’assurdità di ciò che sta accadendo. Tutto si mantiene sul chi vive, tutto diventa uno scorrere stentato ma continuo: l’attore si fa catalizzatore assoluto proprio nella sua apparente negazione.

Foto di scena ©Dmitrijus Matvejevas

Quella buccia di banana tirata in platea non chiede nulla al pubblico, al contrario, se ne infischia della sua reazione, lo ignora, e così – negandolo – lo include più che mai.

Una grande lezione di teatro e di arte dell’attore che forse passerà inosservata per la sua sobrietà, ma di cui sarebbe meglio fare tesoro.

Ascolto consigliato

Vie Festival, Teatro delle Passioni, Modena – 22 ottobre 2016

 

Crediti:

KRAPP’S LAST TAPE
regia Oskaras Koršunovas
con Juozas Budraitis
scene Dainius Liskevicius
compositore Gintaras Sodeika
direzione tecnica Mindaugas Repsys
costumi e attrezzeria Aldona Majakovaite
direzione di scena Malvina Matickiene
sottotitoli Aurimas Minsevicius
amministratrice di compagnia Audra Zukaityte