(In copertina: M.C. Escher Specchio magico, 1946 ©M.C. Escher Foundation)

Limbo riflesso: 3_to_1

Il tempo dello sguardo di TeatrInGestazione

L’arte non si consuma.
L’arte non serve.
L’arte non deve piacere.
L’arte si manifesta soltanto.
E si manifesta in chi sa accoglierla e accogliendola la ritrova dentro di sé. È come una domanda, che se ne rimane lì, sospesa, nella vita di tutti i giorni, tra le urgenze e le contingenze, irrisolta, e tintinna come una goccia cinese. Agli artisti farla accadere.

«Bisogna ritornare a guardare», racconta Anna Gesualdi, co-fondatrice insieme a Giovanni Trono di TeatrInGestazione, «organismo creativo intersoggettivo in costante rivoluzione poetica». Tornano subito alla mente le parole di Romeo Castellucci «Osservare non è più un atto innocente» e di fatto uscendo dal Teatro dell’Orologio – in occasione della rassegna primaverile di teatro off Inventaria 2016 – dopo aver assistito a 3_to_1 l’impressione è che le cose non siano andate come “dovevano” andare, che qualcosa sia saltato al normale meccanismo di osservazione.

In apparenza non c’è nulla di insolito: il palco è un palco, le attrici sono attrici, lo spettacolo è uno spettacolo. Addirittura si potrebbe dire che si tratti di un classico, ormai, da repertorio: Le tre sorelle di Čechov; in estrema sintesi, la storia di tre sorelle agiate, consumate dalla soffocante vita di provincia, che sognano un altrove che ovviamente non verrà mai. Qui la scena però è scarnificata. Domina il buio, il silenzio, il vuoto. Dell’originale rimane solo un pulviscolodi insofferenza.

Foto di scena ©Francesca Paciello

A terra quattro bande di luce, bianche, fredde. Già è trappola. E un lenzuolo, bianco, elastico, su cui nessuna impronta rimane. In questo spazio “mancato” le tre sorelle (M. Macedonio, A. Mete, I. Montalto) non si muovono, perché al tempo non è data possibilità di esistere: i gesti, le parole si ripetono senza rincorsa, già stanchi, già svuotati, come se tutto andasse avanti, o meglio, si ripetesse da fin troppo tempo.

L’onomastico, il biglietto del treno, i sogni di fuga: tutto è fagocitato dalla creanza di una forma che, intanto, bisogna continuare a mantenere, l’apparenza deve sopravvivere; e così la vita si trascina senza neanche il conforto della fine. Non succede nulla. Eppure qualcosa accade.

Foto di scena ©Francesca Paciello

L’effetto è straniante. 3_to_1 – si conceda – non è “piacevole” da vedere, ma poco a poco esso frena il tempo: più si attende un’evoluzione più questa viene negata, e in questo interstizio impercettibile viene a crearsi una dimensione altra di atemporalità in cui si è trascinati proprio malgrado. E non dispiace. Basterebbe fermarsi e razionalizzare, dirsi “Nulla può accadere qui, che cosa rimango a guardare?”, ma anziché dircelo lo viviamo e la nostra presenza si fa testimonianza partecipe – nonché responsabile. Di cosa? Gesualdi/Trono lasciano la domanda sottilmente aperta, eppure la risposta è chiara, perché la abbiamo ancora prima di entrare: il nostro sguardo, posandosi, si prolunga, crea una connessione, la nostra percezione proietta nuove immagini, l’accadimento e il vedere si intrecciano indiscreti: soffriamo noi, soffrono loro, la libertà del nostro sguardo, la libertà delle attrici (alle quali non vengono imposte battute e tempi stretti). Da tre a uno.

Passano quasi due ore ma nessuno sembra accorgersene. Il tempo è lento, sì, però ormai ogni coordinata è saltata. Bello? Non bello? Non importa più. Certo, l’ingranaggio può essere oliato ulteriormente, rinunciare ancora di più agli appigli al mondo del reale, insistere per sottrazione in questa già raffinata contaminazione di Čechov e Beckett. Il vero protagonista in fondo è il limbo: non servono contaminazioni pop per innescare l’identificazione. È la concessione del tempo ad agirla già.

Foto di scena ©Francesca Paciello

Chiunque, infatti, in cuor suo riconosce quel limbo, perché quel limbo si chiamata vita: un’aporia che – al di là di qualunque conforto culturale – non ha alcun senso e mai potrà averlo.

Gesualdi/Trono cavalcano questa incertezza, la prendono, vi si immergono, la dilatano. Così, infine, al di là delle parole, al di là dei pensieri, qualcosa di ineffabile si manifesta. E ci siamo dentro. Tutti quanti.

Ascolto consigliato

Teatro dell’Orologio, Roma – 21 maggio 2016