Foto di scena ©Riccardo Freda

L’amore come possibilità di redenzione

'Amore e resti umani' di Fraser secondo Bisordi

Se bastasse amare per essere felici sarebbe troppo facile, eppure amare non è mai abbastanza. Forse perché l’amore porta con sé una componente di (auto)distruzione, di violenza, persino di disprezzo se non lo si sa accettare: ma può davvero l’amore salvare da se stessi, o è il supremo e confortante abbaglio in cui viviamo tutti?

È un affondo nell’inferno dell’interiorità e in tutti i suoi conflitti Amore e resti umani di Brad Fraser – per la regia di Giacomo Bisordi —, in quelle dinamiche relazionali insondabili per cui chi ama e chi è amato non corrispondono mai alla stessa persona; è, insomma, un tentativo disperato di capire l’amore e l’abisso dei suoi meccanismi, per vivisezionarlo in tutte le sue sfaccettature più irrazionali, scomode, controverse, esplorandone così la sua natura intrinsecamente oscura. Come può essere quella di un assassinio.

In un Teatro dell’Orologio stracolmo è in scena una famiglia di amici allo sbando, che si aggrappa l’un l’altro per sopravvivere. David (Giuseppe Sartori) è un cameriere che voleva fare l’attore, Bernie (Francesco Petruzzelli) ha un lavoro fisso e ombre da nascondere, Candy (Valentina Bartolo) recensisce libri come scusa per esistere ed è contesa fra la romantica Jerri (Cristina Mugnaini) e il barista Robert (Federico Lima Roque); infine c’è Kane (Francesco Sferrazza Papa), ragazzino imberbe in cerca di un’identità.

Foto di scena ©Riccardo Freda

Sono loro i “resti umani” –non quelli raccontati da Benita (Cristina Poccardi), la prostituta sensitiva che in parentesi da incubo intratterrà con storie di serial killer —, i fantasmi senza vita dei propri sogni infranti, còlti in quel preciso momento in cui i progetti si trasformano in rimorsi. La loro esistenza si trascina, così, inesorabile in un eterno presente, come loro –tutti in scena –si trascinano da un letto sfatto a una pedana nera sul fondo (scene Paola Castrignanò) per tracannare l’ennesimo sorso di birra, o rimanere cristallizzati in una scoraggiante immobilità, mentre le loro vite collimano in un corpo a corpo di parole, sangue, sesso, in bilico fra l’insopprimibile paura e, insieme, il desiderio di amare. Solo l’amore infatti potrebbe salvarli da loro stessi ma poi – parafrasando Sarah Kane – è proprio l’amore ciò che li distrugge.

Foto di scena ©Matteo Abati

O meglio è la mancanza – d’amore – a perseguitarli, la vergogna di ammetterne il bisogno, l’ostinazione a non accettarlo. Così, fra dissolvenze quasi cinematografiche (luci Marco D’Amelio) che alternano momenti di commedia a thriller e dramma sentimentale, le relazioni si avvolgono in una spirale di autodistruzione che la regia – di grande impatto viscerale e fisico – di Bisordi lascia esplodere in una detonazione feroce; quasi come a voler superare i confini del palco per gettare altrove i resti umani di dolore saliva birra lacrime di questo affilato gruppo di attori che non ha paura di scoprire il proprio nervo emotivo pulsante e lacerato ma, al contrario, vi affonda, mettendosi in gioco fino allo sfinimento.

Crudo, cinico e nichilista, Amore e resti umani è la ricerca impossibile di una redenzione da sé stessi attraverso l’amore. Eppure, non sembra così facile, perché per Fraser/Bisordi la vita è rappresentata così com’è: violenta, inspiegabile, sessualmente esplicita, contraddittoria, senza un possibile happy ending all’orizzonte; anche se un’ultima fiammella di speranza sembra farsi timidamente strada prima che il buio inghiotta per sempre una generazione di trentenni che per esistere non può far altro che distruggersi a vicenda.

Letture consigliate:
• Lamentarsi in bilico fra realtà e apparenza: ‘Kvetch’ di Berkoff/Bisordi, di Sarah Curati
• Uccidere la paura nella Homicide House di Aldrovandi, Premio Riccione 2013, di Sarah Curati

Ascolto consigliato

Teatro dell’Orologio, Roma – 17 maggio 2016