©Anselm Kiefer Il grande carico

L’erosione del sentimento

'La Prova' di Rambert incide ma non scuote

Cosa succede quando finisce l’amore? Anzi, quando l’amore viene tradito? Domanda forse scomoda o forse banale; per Pascal Rambert, autore e regista francese oltre che direttore artistico del Teatro di Gennevilliers, è interrogativo cruciale e centrale di La Prova (“Répétition” in francese nel testo originale del 2014).

L’amore, appunto, quel potere capace di dare gioia e di rendere felici, che trasforma chi lo da e chi lo riceve, che feconda nuova voglia di amare, crolla e ci scopre indifesi dentro uno sciame di domande che poco per volta ci sgretola.

Partendo dal paradigma teatrale La prova (prod. ERT Fondazione) è un’ipotesi vertiginosa per un esperimento che continua a collassare: non “accidentalmente” ma per sua natura. Una tavola su tre cavalletti, quattro bicchieri, quattro sedie di plastica bianca, un pavimento color legno: tanto basta a connotare lo spazio. Anna e Laura (Anna della Rosa e Laura Marinoni), attrici, Luca (Luca Lazzereschi), scrittore, e Giovanni (Giovanni Franzoni), regista, entrano in sala per provare: su carta, un pezzo sulla biografia di Stalin; in scena, le loro quattro vite tradite dalla stessa esistenza.

Toccherà ad Anna dare il la a questo concerto per quattro melodie scordate. Sarà lei a scoperchiare il vaso di pandora, la relazione tra Laura e Luca che scombina le coppie della Compagnia, la stessa che ora lei vuole lasciare. Ma chi avrebbe tradito Laura? Forse Giovanni, compagno e regista, forse il gruppo in cui è da venti anni, o forse ancora le idee che hanno fatto nascere quella struttura e pertanto la Laura di allora? E la Laura di ora è una tiranna scoperta o un Giuda cui è concesso vivere?

Si dice che la storia non sia fatta di “se” e invece sì, sembra dirci Pascal Rambert; e “Se telefonando” di Mina, che Luca fa risuonare dal suo cellulare, non fa che sottolinearlo. Tutto è dubbio e tutto si sgretola in picchiata lasciando macerie.

Foto di scena ©Luca Del Pia

Uno ad uno i quattro attori si lasceranno parlare, erodendosi sotto il peso delle loro stesse parole, della loro stessa storia che slitta di continuo tra quella collettiva ed individuale, mentre il copione fa da scandaglio. Le inchieste sul campo che la giovane compagnia adottava come metodo di ricerca sulle tracce di Stalin e del poeta Osip Ėmil’evič Mandel’štam, vittima dei gulag, sono ulteriori strumenti metateatrali per indagare dentro e fuori  si sé, dentro un amare e un tradire che si interseca con la Grande Storia.

Foto di scena ©Luca Del Pia

Ma è proprio questo sapiente e continuo gioco di specchi ad esaurire la potenza di questo spettacolo che non arriva a scuotere mai, ma che si infrange freddo, piuttosto, contro lo spettatore. Se la riproducibilità è un caposaldo del metodo scientifico, è una ghigliottina per il teatro. Sarà Giovanni l’ultimo a prendere la parola, lui, il regista, ad uscire fuori dal ring – come già aveva fatto Luca – e a venire verso di noi per esortarci a restare vigili, allerta, coscienti. Ma quest’ultimo appello si scontrerà con la realtà della platea: non sortisce effetto se non quello di svelare la finzione teatrale.

Luca prende gli ultimi appunti sul suo taccuino, forse sta scrivendo le ultime parole di Giovanni: hanno corso tutti come atomi vorticosi pur restando fermi e li abbiamo scoperti soli.

Letture consigliate:
Clôture de l’Amour – Pascal Rambert, di Francesca Saturnino

Ascolto consigliato

Teatro Metastasio, Prato – 3 marzo 2016

In apertura: ©Anselm Kiefer Il grande carico