Foto di scena ©Ilaria Costanzo.

Recita dell’Attore Vecchiatto – Elena Bucci & Claudio Morganti

Ci sono spettacoli che entrano dentro come un liquido, come il vino che è stato offerto sulla tavola quando ancora le luci dovevano abbassarsi, e della cui vitale gradazione ci si accorge solo quando ormai costretti ad andare via. Questa la sensazione appena usciti dal Teatro Magnolfi Nuovo di Prato, fuori ma ancora dentro a Recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto.

L’attore Attilio Vecchiatto – tournée da tutto esaurito all’estero ma sconosciuto in Italia – è esistito realmente? E recitò davvero a Rio Saliceto nel 1988 insieme alla moglie Carlotta in una serata che andò deserta e che fu l’ultima? Sul testo di Gianni Celati, Elena Bucci e Claudio Morganti indagano le possibile vie di una storia tesa lungo i puntini di sospensione che corrono fra la vita e il teatro. Forse è un’ulteriore pezza arlecchinesca cucita sulla figura del commediante tra mito e realtà – ma non è questo che il teatro fa?

All’interno di una piccola stanza sotterranea, oggi teatro ma in passato ex-convento e orfanotrofio, assistiamo a una lettura di appena un’ora o poco più; eppure, una volta usciti, si gode ancora il sapore di quella bolla d’aria che in pochi metri quadrati è stata mostrata, lentamente. Attilio Vecchiatto e sua moglie Carlotta sono esistiti, come esiste il teatro dai tempi dell’uomo, e i loro contorni non sono sfumati o contemporanei bensì eterni, come quelli di Romeo e Giulietta, di Amleto, di Macbeth o Re Lear: sussurrati appena nella recita al borgo emiliano, e acclamati invece, in anni lontani, in Francia, Canada, Sudamerica.

In patria quel giorno, gli spettatori arrivano, poco a poco, ma poi non superano i sei. E allora per chi recitare? Perché? Carlotta lo incita, lo sprona, lo “cura” ricordando la loro biografia, ma che senso ha per l’attore veneziano spalleggiare l’arte con la vita se la vita è un ricordo sold out? In un teatro dimenticato dall’impresario, dal Direttore, dal Capo dell’Azienda, in una campagna abitata da maiali e oche, alla fine, quella sera si recita il soggetto: “Lezione di tenebre” (operetta morale dello stesso Vecchiatto).

È la parabola di un maschio, che dal grembo materno pian piano conosce la complessità della vita e i complessi di una società che tende le proprie catene, propiziandole con sacrifici terreni e barattati a buon mercato. Il maschio così diventa adulto e si ritrova vecchio sul palcoscenico della vita, dove non gli è più possibile parlare, non gli è più permesso pensare; né sentire gli applausi di antichi teatri di vita, perché l’arte drammatica non va più di moda; o ascoltare, perché le grida dei giornali inquinano la coscienza degenerando in echi ingolfati; e neppure agire, perché lo spettatore è addormentato ormai nella sua solitudine ottenebrata.

E allora meglio dormire, meglio farla finita, meglio non parlare. Che senso hanno le parole se l’unico pensiero che egli ha nella testa non trova alcuna reazione? Meglio l’incoscienza al pensionamento dentro una galera pubblica imposta: non importa se si è costretti a uscire e navigare alla cieca – meglio andare fuori da un tempo e da uno spazio claustrofobici. E così anche noi usciamo, ebbri di quell’aria che tanto manca e che Recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto è riuscita a smuovere con la stessa semplicità di un sorso di vino.