Foto di scena ©Diego Steccanella

Il massacrante peso della coppia

'Chi ha paura di Virginia Woolf?' secondo Arturo Cirillo

Di certo non sarà la coppia più bella del mondo, quella composta da George e Martha, protagonisti di Chi ha paura di Virginia Woolf?, ma senza ombra di dubbio è una di quelle che non si annoiano e non fanno annoiare i propri ospiti. O il proprio pubblico. Eppure di metodi per combattere il naufragio coniugale, che in questo caso sembra essere giunto al punto di non riorno da un bel po’ di tempo, ce ne sono parecchi; ma i due sembrano aver scelto quello più deleterio per loro e per chi gli sta vicino: la manipolazione e l’insulto gratuito. Un concetto, questo, chiarito sin dalle primissime battute.

Scritta nel 1962 da Edward Albee, questa pièce teatrale rappresenta il maggior successo dello scrittore e drammaturgo statunitense. Replicato per due anni già al suo debutto, lo spettacolo è stato messo in scena in Italia da registi del calibro di Franco Zeffirelli, Mario Missiroli e Gabriele Lavia, e ha segnato l’esordio alla regia di Mike Nichols, in una trasposizione cinematografica interpretata da una memorabile Elizabeth Taylor.

Mike Nichols Who’s afraid of Virginia Woolf? (1966)

Emblematico e a tratti fuorviante, il titolo dell’opera – «Who’s afraid of Virginia Woolf?» – è tratto da una frase ritrovata dallo stesso Albee su uno specchio di una bar newyorkese una decina di anni prima del concepimento del suo più acclamato dramma. Canticchiata, di tanto in tanto, in maniera scherzosa dai protagonisti sulle note dell’assonante «Who’s afraid of the big bad wolf?», pare evocare le maggiori paure che attanagliano i personaggi in scena: il lupo cattivo, la parte violenta e pronta a emergere in ognuno di loro; e Virginia Woolf, riflesso della fragile instabilità suicida insita nella relazione matrimoniale della coppia principale.

Foto di scena ©Diego Steccanella

Il luogo imputato all’esorcismo di tali paure o al definitivo soccombere in esse è un salotto borghese composto di due divani capeggiati da un ben fornito piano bar. Qui George (Arturo Cirillo), docente universitario di storia, e Martha (Milvia Marigliano), sua moglie e figlia del rettore dell’università, accolgono in piena notte, dopo un party di benvenuto organizzato dal padre di lei, una giovane coppia da poco trasferitasi in città: Nick (Edoardo Ribatto), giovane professore di biologia, e sua moglie Honey (Valentina Picello). Ma quello che doveva essere il tipico bicchiere della staffa si trasforma in un’interminabile notte condita di oscene derisioni, scherzi crudeli, grandi bevute e giochi sadici sapientemente orchestrati dalla pacatezza del padrone di casa, l’apparente anello debole del gruppo.

Foto di scena ©Diego Steccanella

In questa unità spazio-temporale aristotelica, il grande protagonista del gioco al massacro, infatti, è George, vittima e carnefice che non tenta nemmeno di schivare i colpi inferti dagli altri personaggi, ma li subisce tutti, invoca pietà e da abile stratega passa al contrattacco, spegnendo la flebile fiamma che tiene in vita la sua relazione coniugale e trascinando repentinamente l’altra coppia nell’abisso più profondo.

Foto di scena ©Diego Steccanella

Solitudine, angoscia, violenza: Albee ci mostra l’altra faccia dell’american dream, scarnificando il volto pulito della coppia e della società americana. E qui c’è l’intuizione di maggior pregio della messinscena di Cirillo (prod. Tieffe Teatro), ossia di restituire la stessa opera scevra da ogni componente tipicamente statunitense in modo da renderla universale. Non è impresa ardua, infatti, ritrovare le stesse problematiche in diverse coppie o in intere popolazioni che hanno disperato bisogno di affrontare la realtà una volta per tutte, senza aver bisogno di rintanarsi in fragili sogni o deboli certezze.

Ascolto consigliato

Teatro Kismet, Bari – 14 maggio 2016