Foto di scena ©Rosaria Pastoressa

La beatitudine – Fibre Parallele

«Imitazione di un’azione compiuta». Questa definizione di tragedia la fornisce Aristotele nella sua Poetica mettendo in chiaro la relazione tra realtà e finzione, cardine del teatro intero e della vita stessa. Sul palco teatrale, ovviamente, l’ago della bilancia penderà dalla parte dell’elemento finzione, mentre nella vita reale avviene l’esatto contrario. Ma non sempre pare così scontato. Proprio questa relazione simbiotica sta alla base di La beatitudine, ultimo spettacolo di Fibre Parallele, e per analizzarla, come di consueto, la compagnia pugliese utilizzerà un espediente che le è sempre più caro: la coppia còlta nel momento della propria autodistruzione.

Gli attori aspettano il pubblico sul palco, utilizzano i propri nomi reali e indossano tutti abiti neri. La scenografia si compone di un tavolo nero, sedie nere e di una sedia a rotelle nera. Sul fondo la scritta «Beatitudine», dapprima sbiadita, prenderà via via corpo. In questa scena funerea, la compagnia scruta il pubblico con aria seriosa di sfida. Siamo nel mondo reale. «Luce» ordina Lanera: si entra nella dimensione parallela.

Due coppie agli antipodi. Da una parte ci sono Licia (Lanera) e Riccardo (Spagnulo), sconvolti dalla perdita di un figlio sostituito da un bambolotto di sei anni che va accudito, nutrito e pulito come fosse un bimbo vero; dall’altra, Lucia (Zotti), madre oppressiva e badante del suo figlio Danilo (Giuva), bloccato su una sedia a rotelle dalla distrofia muscolare che l’ha colpito. Tra loro si muove un sinistro personaggio, Cosma Damiano (Mino Decataldo), mago, ciarlatano, profeta del nuovo millennio e sentenziatore di frasi indecifrabili utili a fornire un barlume di speranza a chi non ne possiede più.

Foto di scena ©Rosaria Pastoressa

Le dramatis personae si mettono a nudo, raccontano la storia della propria vita, i problemi che le attanagliano, le aspettative mai giunte a compimento e la loro costante ricerca della beatitudine, di quell’emozione che possa appagarli, che le faccia sentire vive ancora una volta. Questi due mondi, complice anche l’intervento del mago, collidono tra loro, si intrecciano, si deformano e in un ultimo, effimero e disperato tentativo di trovare la gioia si fondono, portandoli sostanzialmente all’autodistruzione nel memorabile epilogo.

Foto di scena ©Rosaria Pastoressa

In una pièce dove il talento esuberante di Licia Lanera riesce a non eclissare gli altri ottimi comprimari – su tutti, Lucia Zotti e la sua esilarante performance condita da dialettismi baresi – la chiusura è affidata al misterioso Cosma Damiano. È lui a ridare una parvenza di ordine su un palco ormai distrutto dall’odio, e a indurre lo spettatore a riflettere sul leitmotiv della messinscena: l’equilibrio tra realtà e finzione, ricordano quanto sia inutile e talvolta nocivo tentare di risolvere i propri problemi reali chiudendosi in un mondo fittizio.

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