Barbara Kruger – Untitled (We don't need another hero)

Non chiamatelo capolavoro altrimenti lo uccidete

Per una san(t)a Estasi di Latella

Spesso a voler troppo bene si finisce per non farne altrettanto.

Ma si sa, il nostro tempo è una doppia spirale di sensazionalismo e immediatezza: tutto devo piacere subito, deve subito entusiasmare. E poi? poi niente, perché più del superlativo non si può; così, giusto il tempo di promettere amore e memoria eterni che arriva una bella spinta – via!, giù dalla rupe: c’’è da eleggere il nuovo re del giorno. E intanto la pila degli indimenticabili prodigi dimenticati cresce.

Ma perché facciamo così?

Si chiama compulsione. È una patologia. Controprodotto del mercato contemporaneo, incancrenita dalla distopia virtuale del 2.0: non si agisce perché lo si vuole ma perché non si riesce a farne a meno. Bisogna essere cool, smart, social, bisogna colpire, dare a vedere, sorprendere, vivere assolutamente il momento: bandite parole come discrezione, ponderatezza, spirito critico; bandite perché così sennò il “target” rischia di sfocarsi, di pensare oltre l’induzione di consumo – e vuoi mai che dica no alle allettanti offerte.

Barbara KrugerUntitled (I Shop Therefore I Am) (1987), Whitney Museum of American Art, New York ©Barbara Kruger Courtesy: Mary Boone Gallery, New York

Premessa allusiva per “stroncare” qualcuno o qualcosa? Assolutamente no. E si perdoni la confessione, ma deve essere chiaro: vogliamo proporre qui non una recensione o un giudizio (in calce segnaliamo alcune tra le più interessanti, a nostro avviso) bensì una riflessione sulle implicazioni di un’’eccessiva euforia.

Ebbene, la scorsa settimana, dopo il debutto in primavera, è ritornato in scena alle Passioni di Modena – per la XVI ed. di Vie Festival –Santa Estasi, il maxi progetto di dodici ore (a metà tra un saggio e uno spettacolo) culmine del percorso di alta formazione per giovani talenti voluto dall’’ERT e curato dal regista internazionale Antonio Latella.

Soggetto: il ciclo degli Atridi. Dai fratelli Atreo e Tieste alla generazione successiva di Agamennone e Menelao, passando per la guerra di Troia, fino ad arrivare ai “nipoti” Ifigenia, Elettra, Oreste e perfino l’eterna assente Crisotemi.
Testi: soprattutto Euripide, poi Eschilo e un accenno di Seneca raccolti in una grande antologia teatrale in “otto ritratti di famiglia” (di circa novanta minuti ciascuno).
Protagonisti: un affiatato gruppo di giovani professionisti (tra l’’84 e il ‘93, se non andiamo errati) composto di 16 attori e 7 drammaturghi, diretti appunto da Latella e coadiuvati, nella drammaturgia, dagli stretti collaboratori del regista partenopeo Linda Dalisi e Federico Bellini, e, nel movimento e le coreografie, dall’’attore e docente Francesco Manetti (A.H., Natale in Casa Cupiello).

La reazione del pubblico dopo due giorni di immersione totale? Un lungo, lunghissimo applauso: vero, sentito, entusiasta, della gremita platea.

Qualcosa di male? No, anzi, meritato. Però… non fermiamoci a questo.

Va anche detto infatti che l’’effetto maratona (continuativa o frazionata che sia) scatena spesso una sincera euforia: lo abbiamo già raccontato a proposito delle 24 ore del Mount Olympus di Fabre o delle 12 del Ritratto di una capitale del Teatro di Roma. La presenza insistita sovverte le normali pretese di “intrattenimento” e dischiude una visione più aperta, partecipe, sentita: lo spettatore si immerge e, facendolo, si concede sempre di più, si fida, o per dirla con le parole di Claudio Morganti si ““scoinvolge”” cioè si sente coinvolto e sconvolto al contempo.

Ora. L’entusiasmo è un ingrediente fondamentale nella vita, ma non altrettanto necessario se si tratta di avventurarsi in analisi e giudizi. Come notava Bernanos:

«Lo scandalo non sta nel non dire la verità, ma nel non dirla tutta intera, introducendo per distrazione una menzogna che la lascia intatta all’’esterno, ma che le corrode, così come un cancro, il cuore e le viscere.»

È stato scritto che i “ragazzi” sono stati «bravi», «bravissimi», che «più bravi di così è impossibile»; che il progetto era «bellissimo», «eccezionale e straordinario»; Santa Estasi «meravigliosa», «una Grande bellezza» (per citare le penne più accreditate). Ma la prima domanda è: siamo sicuri che questa narrazione faccia un buon servizio? Sperticarsi in superlativi e encomi non tradisce forse la stessa funzione critica scadendo nel mero giudizio che accende solo fuochi di paglia?

I ragazzi sono stati impeccabili? Non esattamente: spesso non scandivano abbastanza, non avevano un ottimo controllo del fiato, insistevano su registri enfatici, toni gridati, affettazioni accademiche, poche pochissime le pause, rari i momenti in cui il testo emergeva veramente come parole. Insomma, dal nostro punto di vista non è stata una folgorazione, ma – attenzione – ciò non significa neanche il contrario: sono stati comunque rigorosi, appassionati, resistenti, toccanti nella loro abnegazione, affiatati, disciplinati e – soprattutto – perfettibili. Che poi è il dato più importante.

Latella è probabilmente uno dei registi più sensibili e efficaci nel lavoro ““con“” più che ““su“” l’attore (uno dei pochi, ormai), ed è evidente che abbia aperto “squarci” a questi giovani professionisti: l’importante – scriveva Artaud –– è coltivare la ferita, lasciarla sanguinare. A gridare “al fenomeno al fenomeno”, invece, il rischio è che si fomenti in loro l’illusione di essere già “arrivati”, di aver fatto di più quanto era possibile, di aver conseguito, così giovani, risultati altissimi.

Hanno fatto davvero molto, sí, ma non “in assoluto”, lo hanno fatto tenendo in considerazione che sono attori giovani e provenienti da accademie. Ma come avrebbe detto Carmelo Bene questo è solo l’inizio: ora devono cominciare a disimparare ciò che hanno imparato; così soltanto potrà nascere l’esigenza più viva, così l’artista può sprigionare il suo potenziale: a partire dalla consapevolezza del proprio limite.

Insomma, se veramente si vuole credere in queste giovani promesse, sarà buona cosa –– a nostro avviso –– “seguirli” con rispetto, evitando il clamore sensazionalistico da talent show che mastica e sputa talenti in un’’isteria consumistica dalle conseguenze deprecabili. È evidente: Latella ha voluto loro bene –– professionalmente –, e gliene ha fatto ancora di più orchestrando un progetto ricco di richiami e permeabile al pop, che si fa antologia teatrale e che quindi offre –– oltre ogni teoria –– la possibilità di mettersi alla prova con un materiale estremamente vasto e vario. Concentriamoci su questo, il risultato è secondario. Questa, crediamo, è la ragione per cui Latella dimostra di essere un grande regista e un maestro della scena.

Pertanto, per far sì che il progetto Santa Estasi venga valorizzato per ciò che è stato e per ciò che può rappresentare, non fermiamoci ai premi (che come sempre si faranno dimenticare) storicizziamolo piuttosto: mettiamo questa encomiabile pratica a sistema, non facciamone un unicum da celebrare. Solo così –– crediamo –– si renderà veramente merito a Latella, al suo staff e a tutti i nuovi talenti che hanno dato vita a questa sana Estasi.

Letture consigliate:
· La Santa Estasi della grande famiglia, di Gianni Manzella (Il Manifesto)
· Tragici ritratti di famiglia, di Renato Palazzi (Il Sole 24 ore)
· Santa Estasi di Antonio Latella, di Maddalena Giovanelli (DoppioZero)
 

Crediti ufficiali:

SANTA ESTASI. Atridi: otto ritratti di famiglia

progetto speciale di Antonio Latella
con Alessandro Bay Rossi, Barbara Chichiarelli, Marta Cortellazzo Wiel, Ludovico Fededegni, Mariasilvia Greco, Christian La Rosa, Leonardo Lidi, Alexis Aliosha Massine, Barbara Mattavelli, Gianpaolo Pasqualino, Federica Rosellini, Andrea Sorrentino, Emanuele Turetta, Isacco Venturini, Ilaria Matilde Vigna, Giuliana Vigogna
drammaturghi Riccardo Baudino, Martina Folena, Matteo Luoni, Camilla Mattiuzzo, Francesca Merli, Silvia Rigon, Pablo Solari
drammaturghi al progetto Federico Bellini e Linda Dalisi
scene e costumi Graziella Pepe
musiche Franco Visioli
luci Tommaso Checcucci
duelli, movimenti e coreografie Francesco Manetti
video Lucio Fiorentino
assistente al progetto e fotografie Brunella Giolivo

produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione
con il supporto di Fondazione Cassa di Risparmio di Modena