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Kilowatt Festival: l’energia della scena contemporanea – Il terzo giorno

Se qualcuno vi dicesse che in un paesino del centro Italia c’è un festival teatrale, a cosa pensereste? Probabilmente alla solita rassegna estiva, con il solito stuolo di appassionati, critici e presunti intellettuali, e la solita carrellata di spettacoli, comici, tragici, sperimentali, che, sì, magari non sono neanche male, però in fondo niente di speciale, nulla che vi riguardi. E se quel qualcuno, invece, vi dicesse che in una terra di frontiera, al confine fra tre regioni, esiste un luogo d’incontro in cui si cerca di combattere i pregiudizi e sfondare le distanze, per raccontare a tutti una storia che è anche la vostra; prestereste l’orecchio?

È proprio questo l’intento della XII edizione del Kilowatt, un festival che va in scena per spingere a prendere coscienza di sé e degli altri: “per sentirsi meglio” (come recita la sua locandina). Lo ha spiegato bene ieri Piergiorgio Giacchè quando ha detto che il teatro deve essere una visione attraverso cui conoscere se stessi: una dimensione in cui la propria curiosità, i propri dubbi, la propria identità si incontrano e si confrontano con una possibilità di vita. Ed è questo che è successo ieri sera, 21 luglio, nel borgo aretino di Sansepolcro.

Con Potevo essere io di Renata Ciaravino, la compagnia Dionisi ha raccontato il disagio di chi cresce nella periferia di una grande città. Una ragazza (la brava Arianna Scommegna) gioca a campana con la vita: davanti a sé ha una linea di gesso che le impedisce il grande salto e alle spalle, a sottrarle anche il lusso felice di ritornare indietro, di ricominciare, un muro duro e cadente su cui i suoi sogni si raschiano e si infrangono.

C’è stato l’urlo sgraziato e irriverente di Nerval Teatro che con la mostruosa grazia di Canelupo nudo ha reclamato le lordure dell’esistenza: un omaggio al controverso drammaturgo austriaco Werner Schwab che la regia di Claudio Morganti ha trasformato in una sbalorditiva esperienza sensoriale. Un sottosuolo sulfureo di fragilità in cui Maurizio Lupinelli ed Elisa Pol dimostrano tutto il loro spessore (rimasto sospeso nella precedente tappa schwabiana Le Presidentessela nostra recensione).

E poi il curioso racconto autobiografico del cantatutore Paolo Benvegnù, che in occasione della sfida kilowattiana 6 pezzi facili ha percorso a tappe alterne, in bilico fra micro e macrocosmo, il suo universo musicale. Gaber, Battiato, Pasolini e Modugno: il cantante ha accettato la scommessa di parlare di sé attraverso brani altrui, restituendo una dimensione artistica in cui il vissuto personale si riverbera appunto in una conoscenza che è dimensione colletiva, eco di un patrimonio che appartiene a tutti.

Se, come ha sottolineato il direttore artistico Luca Ricci, il Kilowatt Festival vuole suggerire nuovi modi di vedere e vedersi, noi accettiamo volentieri l’invito e, in questi giorni, proveremo a nostra volta a restituirvi tale visione.