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Kilowatt festival: l’energia della scena contemporanea – Il quinto giorno

Al mattino le vie di Sansepolcro sono popolate di turisti, anziane signore con la sporta, giovani coppie a spasso con il cane e poi non manca mai il gruppo di vecchietti al bar che tra un caffè corretto e una sigaretta si lascia andare a qualche “moccolo”. Poi man mano che il sole tramonta, in centro si respira un’aria diversa: i dialetti si mischiano, il numero procapite di occhiali aumenta considerevolmente e di tanto in tanto dal chiacchiericcio spuntan fuori parole strane: un Kantor di qua, un raffinato mise en espace di là o un professionale audience development poco più avanti. Già, ma a proposito di audience development: i biturgensi [gli abitanti di Sansepolcro, ndR] che fine hanno fatto?

Il teatro dev’essere visione, ne conveniamo, ma innanzitutto dev’esser visto, altrimenti perde la sua ragion d’essere. Nonostante i numerosi tentativi si nota come sussita un certo scarto tra domanda e offerta: quasi l’una fosse muta, l’altra sorda – e viceversa. È solo un pregiudizio oppure esiste, in parte, un ripiegamento autoreferenziale del mondo del teatro? Ma forse, più che puntare il dito contro le compagnie, i direttori artistici o il pubblico che manca, sarebbe interessante interpellare “il pubblico che c’è”, dalla stampa alla critica, passando per gli appassionati e gli intenditori, e chieder loro al di là delle speculazioni intellettuali quanto siano interessati davvero a un allargamento di pubblico, a sostituire “diffusione” con “condivisione”.

Nella vita di tutti i giorni, la prima domanda che il potenziale spettatore si pone è: perché dovrei andare a vedere questo spettacolo? Vorremmo ripartire da qui per questa cronaca teatrale del quinto giorno di Kilowatt.

Eco di fondo/César Brie – Orfeo ed Euridice

La proposta della compagnia Eco di fondo, da questo punto di vista, è interessante. Il drammaturgo argentino, infatti, attinge alla straziante storia d’amore di Orfeo ed Euridice, ma la ribalta su un piano altro, più contemporaneo: il dibattito sull’eutanasia. Se nel mito greco Orfeo sfidava le leggi dell’Aldilà per riportare nel regno dei vivi la sua amata, qui il moderno Orfeo combatte i pregiudizi dei vivi per donare alla sua Euridice, condannata alla non-vita vegetativa, il diritto di morire. Una rappresentazione estremamente delicata che, nonostante qualche incertezza contestuale, avvicina senza pretese alla riflessione sul discusso tema d’attualità.

Giorgia Nardin – All dressed up with nowhere to go

Forse lo spettacolo che ha raccolto maggiore entusiasmo negli ultimi giorni. Come mai? La danza – ma sarebbe più corretto parlare di linguaggio del corpo – è sempre una grande scommessa: di primo impatto è sfuggente, l’assenza di parole induce una certa perplessità percettiva, lo spettatore occasionale non sa cosa aspettarsi né come dovrebbe reagire; ma poi scatta qualcosa, si rinuncia alla decifrazione e ci si abbandona all’immediatezza di quella grammatica solo in apparenza complicata. Ecco. Due corpi, uno spazio vuoto, gesti quotidiani eseguiti anonimamente nella propria bolla individuale; poi la nudità, il contatto, la fusione e la nascita di qualcosa di nuovo. E il pubblico intuisce, senza il volgare bisogno di doverlo capire, di aver penetrato un mistero, intimo, che gli appartiene profondamente.

Andrea Appino – 6 pezzi facili

Il quarto appuntamento di 6 pezzi facili è stato l’evento della serata che ha attirato più curiosi biturgensi. Perché? Perché nell’immaginario collettivo la musica è probabilmente la forma d’arte meno elitaria, quella sentita più vicina e accessibile a tutti. Vero o no che sia, è necessario però non deludere le aspettative. Ed è proprio quel che è avvenuto ieri sera. Il cantante degli Zen Circus, infatti, ha saputo rispondere in maniera intelligente alla scommessa kilowattiana di raccontarsi attraverso brani altrui. Appino non si è limitato a creare una cornice autobiografica, arguta e divertente, ai pezzi da lui scelti (Piero Ciampi, Minutemen, Violent Femmes), ma è riuscito a raccontare una storia, quella dei centri sociali anni Ottanta e della scena musicale punk e grunge, che ancora deve essere indagata.

Insomma, per ora la scommessa lanciata dal Kilowatt con i 6 pezzi facili è forse quella che, nell’ottica di un riavvicinamento alternativo fra pubblico/i e artista, sta dando i maggiori frutti; ciononostante, la risposta agli altri spettacoli, seppur debole, rivela che la curiosità non manca e che per far crescere i semi lanciati del festival c’è bisogno che tutti, più coraggiosamente, si impegnino, anzi, ci impegniamo a fertilizzare costantemente il terreno.