Locandina

Le speranze di Kilowatt

La XV edizione del festival di Sansepolcro. Seconda parte

Costruire nel presente per ritrovare se stessi nel futuro. Andare oltre i propri limiti per creare una realtà migliore. Basta fare qualche passo in quello splendido borgo rinascimentale che è Sansepolcro per scorgere, nelle vetrine dei vari negozi o sui manifesti che costellano il centro nevralgico del paese – Piazza Torre di Berta –, il claim che è anche desiderio e augurio di questa quindicesima edizione del Kilowatt Festival: «il principio speranza».

Ed è sempre piacevole e stimolante passare qualche giornata estiva nella città toscana. Attraversare il piccolo borgo intriso di arte per scoprire una comunità attiva e partecipe nei confronti di un festival – diretto da Luca Ricci e Lucia Franchi – ormai divenuto parte integrante di un luogo e di una collettività che per nove giorni respira ininterrottamente aria di teatro. E al contrario di quanto generalmente si pensi, non fa mai male.

Dona una sorta di effetto straniante, invece, ritrovare nel Museo Civico – tra le opere degli artisti “di casa”, Piero della Francesca e Santi di Tito – una mostra fotografica dedicata a Steve McCurry, reporter di National Geographic e vincitore di quattro World Press Photo. Effetto straniante perché i suoi soggetti fotografati – o la maggior parte di essi – hanno poca familiarità con il concetto di speranza, anzi, a volte sono proprio il simbolo di un’esasperante privazione di essa, come testimonia Sharbat Gula, la ragazza afgana protagonista del suo scatto più celebre. Ma questo era solo un dovere di cronaca che nulla ha a che fare con il festival.

Sharbat Gula, Afghan Girl, at Nasir Bagh refugee camp near Peshawar, Pakistan, 1984. National Geographic.

Ragazza afgana ©Steve McCurry, Pakistan 1984

In queste righe, infatti, ci eravamo ripromessi di raccontare più nel dettaglio la composita proposta artistica cui accennavamo nel precedente articolo. Iniziamo da Che fine hanno fatto gli Indiani Pueblo? Storia provvisoria di un giorno di pioggia, studio (ormai in stadio avanzato) per uno spettacolo di Ascanio Celestini. Accompagnato sul palco dalla fisarmonica di Gianluca Casadei, l’attore romano – affabile e brillante narratore – si schiera ancora una volta dalla parte degli emarginati, intrecciando storie di poveri cristi dei giorni nostri, abitanti di una periferia come tante ne troviamo nella nostra penisola o nell’intero globo e che da tempo abbiamo deciso di ignorare.

Ascanio Celestini

Ascanio Celestini Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo? Foto ©Elisa Nocentini

Ed ecco che dalle sue parole prendono vita Violetta, anonima cassiera di un supermercato; Domenica, che rifiuta di chiedere l’elemosina e “campa” con il cibo che proprio quel supermercato le dona in cambio di alcune mansioni; Said, il suo fidanzato magrebino che lavora come facchino e vede puntualmente i suoi piccoli progetti andare in frantumi sotto i colpi delle slot machine; e Giobbe, collega di Said e padre di un figlio morto a seguito di una maledizione lanciata da uno zingaro di 8 anni.

Sono storie crude di vite sull’orlo della perdizione, costantemente in lotta con i propri demoni e con quelli di chi ha deciso di metterli ai margini, rinnegarli, stargli lontano come succede proprio a Domenica, morta improvvisamente di giovedì e rimasta a terra per due ore senza che nessuno si avvicini al suo corpo privo di vita, allontanati da un pregiudizio che troppo spesso annebbia la mente e sfocia nella presunzione, quella sì, non è mai troppo poca. E allora sarà la pioggia, la stessa invocata dalle danze degli indiani d’America, che farà da collante a storie purificate ma al contempo spazzate vie dal suo scrosciante incedere.

Ascanio Celestini

Ascanio Celestini Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo? Foto ©Elisa Nocentini

Sono storie personali, invece, quelle che si confrontano in The Invisible City, felice ritorno di Daniele Bartolini – canadese d’adozione – dopo il fortunato The Stranger dello scorso anno. Questa volta il cerchio si allarga e vede la partecipazione di cinque “spettattori” (non più uno soltanto) che incrociano il proprio sguardo, la propria visione del mondo in un unico viaggio alla scoperta dei tessuti nascosti di una città invisibile di calviniana matrice.

Si comincia 24 ore prima della reale immersione con messaggi a cui viene chiesto di rispondere e ci si ritrova, torce alla mano, in stanze e giardini abbandonati con sconosciuti compagni d’avventura che pian piano diventano proiezione del medesimo sé. Raccontarsi, esplorare le proprie fragilità e condividerne altre, mettere in evidenza le piccole certezze e i grandi dubbi, lasciarsi trasportare da rassicuranti voci estranee, idealizzare una città fondata su desideri e speranze. Sono questi alcuni degli input di un lavoro che per una volta ci chiede di accantonare in maniera definitiva il nostro ego per metterci al servizio di una comunità che in quell’ora di tempo diventa umanità reale, pura. Ascoltare, condividere senza la priorità o il tentativo di voler prevalere sull’altro sono i valori che emergono e di cui, oggi più che mai, necessitiamo. La speranza è di non lasciarli andar via dopo la conclusione dello spettacolo.

Daniele Bartolini

Daniele Bartolini The Invisible City. Foto ©Luca Del Pia

Chiudiamo con due spettacoli di danza differenti tra loro per costruzione ed esito finale. Partiamo da In My Place, spettacolo finalista del premio In-Box 2017 nato dalla collaborazione tra Qui e Ora Residenza Teatrale e Silvia Gribaudi. Sul palco ci attendono tre donne (Francesca Albanese, Silvia Baldini e Laura Valli) in biancheria intima. Tre corpi lontani dalla perfezione imposta dai nuovi canoni estetici che non si nascondono, bensì accentuano la propria imperfetta (a)normalità, tema tanto caro a Gribaudi.

Corpi che cercano rifugio fino a diventare vera e propria casa tra le loro smagliature, tra i segni del tempo sul corpo, tra il fiatone dopo una breve corsa, tra giochi leggiadri e urla di leggerezza. Accompagnate da brevi filmati e giocando con le proprie ombre, le tre attrici affrontano lo stereotipo, scardinano i canoni per ritrovare una conciliazione con se stesse attraverso la dimensione ludica e tragicomica che le unisce tra loro e con il pubblico, mostrando la propria femminilità più autentica, scevra da ogni modello imposto da una società sempre più votata a una perfezione che troppo spesso si concilia con quella estetica.

Qui e Ora

Qui e Ora + Silvia Gribaudi My Place. Foto ©Luca Del Pia

Indaga il mondo della nutrizione e l’influenza dell’industria del fast-food, invece, Food for Thought della compagnia britannica Displace Yourself Theatre, spettacolo che connette il festival con l’Europa mediante il progetto BeSpectACTive!. Alla base della coreografia c’è una ricerca sociologica fondata sulla comprensione del valore del cibo e su come esso possa aiutare o danneggiare la salute degli esseri umani. Ciò che si propone di essere una sorta di mini-trattato sulla sana alimentazione, però, non riesce a trovare una valida e stimolante riproposizione in una scena troppo spesso dominata da stereotipi – nemmeno troppo convincenti – e da gesti e movimenti che più che alimentare una lucida analisi portano lo spettatore a sprofondare ancor di più in uno stato confusionale mai auspicabile, specie quando si tratta un argomento delicato come questo.

Displace Yourself Theatre

Displace Yourself Theatre Food for Thought. Foto ©Luca Del Pia

Una speranza, dunque, costantemente invocata e che diventa autentico collante tra le opere proposte. Perché abbiamo disperato bisogno di tenere sempre aperta la sua porta – prendiamo in prestito le parole di Bob Dylan – «anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro». Quello che non abbiamo trovato però all’interno del festival, almeno nei nostri giorni di permanenza, è uno spettacolo da conservare gelosamente nella nostra memoria e che nella precedente edizione non abbiamo fatto fatica a ritrovare. Nella proposta artistica – sia chiaro, di indubbia qualità – è mancato quel tassello che l’anno scorso aveva fatto la differenza. Ecco, la speranza allora è che ogni anno sia «tempo di risplendere».

Ascolto consigliato

Sansepolcro (AR) – 15 e 16 luglio 2017