tournage "3 cœurs"

Tre cuori – Benoit Jacquot

Lui, lei, l’altra. Che è la sorella della prima. Benoit Jacquot, con il suo Tre cuori, nel concorso già claudicante di Venezia 71, riuscì a firmare il titolo meno presentabile. Vorrebbe essere un melò sulla sfortuna, finisce per divertire per 100 minuti. Sono però risate amare, reazione a sincero imbarazzo. Tre cuori mescola uno squallido romanzetto rosa con una pretenziosità arida quanto fuori luogo. In mezzo, a garantire l’effetto comico involontario, una serie di scelte registiche talmente insipide che non passerebbero neanche su una TV locale, mentre una sceneggiatura imbarazzante scorre inclemente.

Lui, Marc (Benoit Poelvoorde). Lei, Sylvie (Charlotte Gainsbourg). L’altra, Sophie (Chiara Mastroianni). Con loro, personaggio narrativamente inutile e dallo spessore morale nullo, la madre, Catherine Deneuve. Marc incontra Sylvie in una cittadina di provincia, passeggiano tutta la notte, non si scambiano i numeri di telefono ma si danno un appuntamento a Parigi. Lei si presenta, ma lui è trattenuto da una tristissima e gag nella quale non si capisce con clienti cinesi. E poi c’è traffico, e poi gli viene un infarto. Lo schema del film è già chiarissimo da queste prime, misere, battute, e si riproporrà identico fino alla fine. Qualunque cosa i protagonisti vogliano fare, ecco che la sfiga glielo impedisce. E si ricomincia con una situazione analoga, in un lungometraggio fatto di sole addizioni, di scene poco interessanti accatastate sulle altre. Qualsiasi spettatore, anche il meno attento, è in grado di anticipare qualunque mossa ed avvenimento con la precisione di un puntatore laser. Ecco quindi che, più prevedibile del 4-4-2 di Novellino, lui torna in provincia per cercarla, ma lei è negli States. Trova quindi Sophie, senza sapere che si tratta della sorella, e la sposerà. Fino al ritorno di Sylvie, dal quale partirà un triangolo amoroso scontato quanto increscioso. Fino al finale, apice masochistico spettatoriale.

Il cinema francese soffre di un morbo, negli ultimi anni. È un morbo grave, figlio dell’appiattimento dei gusti e della crisi ormai incontrollata del mezzo televisivo. È un morbo estremamente simile a quello che attanaglia il cinema italiano, riassunto egregiamente nell’“a cazzo di cane” della serie Boris. Fotografia inesistente, spalmata, piatta. Sceneggiature fatte in serie, spersonalizzate, scritte male. Una regia standard, con meno riprese possibili. Le eccellenze rimangono, in Francia come in Italia, ma la media del cinema commerciale, fra commedie, comici e animazione, sa arrivare a livelli di bruttezza difficilmente raggiungibili. Vengono in mente, in tal senso, Une autre vie di Emmanuel Mouret e Fidelio, l’odysèe d’Alice di Lucie Borleteau, capaci di ammorbare gli ottimi concorsi di Locarno 2013 e 2014. In tal senso Tre cuori è un film sbagliato al 70% e fuori luogo per il restante 30, dove tutto è talmente malriuscito da far quasi pensare a un preciso studio in merito. Sembra una sceneggiatura delle Comencini girata da Luca Guadagnino, e va a formare una sorta di decalogo su come non fare un film.

Per chi apprezza il trash, rimangono nel cuore raggelanti scambi di battute come: “è gentile da parte sua”; “ma io sono gentile, e anche lei non mi sembra malvagia”, oppure il “La legge è uguale per tutti” pietosamente tuonato verso il sindaco corrotto. Oppure la voce fuori campo, che appare dal nulla a tre quarti di film e si insinua, invasiva come le orrorifiche musiche, fino al gran finale, con le sorelle pietosamente ai due lati del telefono, e un patetico ralenti che riesce a distruggere persino Charlotte Gainsbourg. Un assoluto capolavoro di bruttezza.