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Time to Hunt

Un heist movie che delinea le coordinate di una crisi economica non relegata esclusivamente a pretesto per la narrazione.

L’ottimo successo del cinema coreano contemporaneo, che trova esito prediletto nel giustamente incensato Parasite, ha il pregio di riunire il grande pubblico ad un certo approccio autoriale al racconto. Tuttavia, anche nel sottobosco del cinema di genere, si muovono contributi interessanti e Time to Hunt di Yoon Sung-hyun soccorre nell’affermarlo. Presentato all’ultima Berlinale, dopo un contenzioso riguardo alla distribuzione internazionale che ne ha ritardato il rilascio, è ora disponibile su Netflix in 190 Paesi, bypassando anche le sale coreane, a causa della nota emergenza sanitaria.

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Gli ingredienti sono quelli dell’heist movie, almeno fino allo snodo centrale della rapina. Una violenta crisi economica ha reso le città macerie, portandosi con sé il futuro dei giovani protagonisti. La bramosia di una vita agiata, lontano dalla Corea, passa necessariamente da una rapina, rigorosamente di dollari americani, perché l’iper-inflazione ha divorato la valuta locale assieme ai proventi di un precedente colpo dei tre ragazzi, già dediti al mondo del crimine. Il motivo monetario, oltre a riferimenti espliciti al Fondo Monetario Internazionale e alle sequenze di protesta, denota una certa consapevolezza di Yoon Sung-hyun nel fornire le coordinate di una crisi, non relegata esclusivamente a pretesto per la narrazione. Notevole e non banale, come la preparazione e l’effettivo svolgimento della rapina alla sordida casa da gioco. Non esenti dal fascino abbagliante esercitato dalla malavita, all’interno di una dimensione estetica che enfatizza pose armi alla mano e metodi paramilitari di cui il nostrano Gomorra (2008) offre una summa, i tre amici per la pelle, almeno per una volta, pensano di averla fatta franca. Ma come profetizza, poco prima di venderli le armi, una loro vecchia conoscenza, nell’umore di consigli poi inascoltati, il mondo dei fuorilegge è altra cosa, assai brutale, vendicativo. I giovani vengono così coinvolti in una caccia senza quartiere dal subdolo e pericolosissimo sicario Han, la cui icastica interpretazione mette i brividi sul serio. Una fuga di cui non si intravede epilogo, che li condurrà ad esplorare la geografia dell’attuale dissesto del loro Paese e a ripensare le proprie priorità e i propri affetti.

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Al netto di una sequenza iniziale, debitrice dei canoni di messa in scena tipicamente propri del videoclip, la regia di Yoon Sung-hyun è sorprendentemente fresca e sicura, perfettamente coniugata all’istanza narrativa.  Le sequenze action sono eseguite da manuale, senza mai scadere nel caotico, la spazialità dei luoghi mai resa ambigua o parziale. Il ricorso ai primi piani è funzionale a disegnare la tensione e le paure, immediate e recondite, di chi si ritrova braccato. Ma, dopo un intervento provvidenziale che pare scacciare la minaccia, non senza la conta dei danni e degli strascichi emotivi, a suggello di due ore di cinema ben scritto e ben diretto, Yoon Sung-hyun piazza il passo falso. L’apertura del finale ad un’eventuale successiva resa dei conti e, conseguentemente, ad un sequel rischiano di confinare Time to Hunt entro le maglie di film di genere ben riuscito ma scevro di qualsiasi altra pretese artistiche.