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Parasite

Bong Joon-ho al massimo della sua potenza. Il senso dell’infinito e l’ironia del miserabile, i bassifondi e le più raffinate delle architetture.

La famiglia Kim vive in uno scantinato nella periferia di Seoul. Ki-Jung (So-Dam Park), il capofamiglia, ordina alla moglie Chung-sook (Hye-jin Jang) di lasciare la finestra durante una disinfestazione nel quartiere. La sporcizia dell’appartamento inizia ad attirare insetti, perché non approfittarne? I loro figli, Ki-woo (Woo-sik Choi) e Ki-jung (So-dam Park), sciupano la loro intelligenza per rubare il Wi-fi dai negozi del quartiere. Ogni giorno è un giorno di sopravvivenza. All’improvviso un ex compagno di studi di Ki-Woo offre al ragazzo un lavoro come insegnante d’Inglese della figlia del facoltoso Park. Bastano una laurea falsificata e un bel sorriso a conquistare l’ingenua madre Park Yeon-kyo (Yeo-jeong Jo). “Qualsiasi tuo amico è un mio amico”, codice etico dell’angelo del focolare della famiglia Park, fa partorire un’idea terribile dalla mente del giovane: sabotare la servitù dei Park e sostituirla con la propria famiglia. L’infezione si estenderà letale e inesorabile nell’organismo ospite.

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Se dopo Memories of Murder (2003), grande ricostruzione del genere thriller, il regista Bong Joon-ho si è imposto come uno dei migliori registi Coreani insieme a Park Chan Wook, e lasciamo una o due sedie vuote che ognuno può riempire come preferisce, con Parasite orchestra un film meraviglioso, un’opera capace di provocare una tale sorpresa da far scomparire in un istante ogni dubbio snob e piagnisteo manierato sul destino del fare e vedere cinema. Rompendo qualsiasi pregiudizio sull’inaccessibilità al pubblico del cinema impegnato, il film altera con ingegno la premessa da satira sulla lotta di classe in un brutale labirinto di sorprese, una montagna russa visiva e (soprattutto) olfattiva fatta di funambolici colpi di scena, mostruosità e fuoco infernale. Un’impresa che ha la virtù nell’invisibilità dei suoi meccanismi che articolano il complesso intreccio narrativo senza essere percepiti. Disgustoso nel suo cinismo, magnetico e amorale, gelido e sulfureo, è tutti i generi cinematografici nello stesso momento: è un dramma alla Joseph Losey che dissacra le convenzioni borghesi (avete presente Il Servo?); è un thriller da manuale che rimanda ad Hitchcock nell’uso degli spazi e nella costruzioni ambigua dei personaggi; è una tragedia umanista simile al cinema di Jean Renoir o del Kurosawa meno celebrato, quello di I Bassifondi e L’Angelo Ubriaco.

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Nel mondo delle storie di Parasite è tutto falso ma tutto credibile o anche il contrario, tutto vero ma non ci si può credere. Un racconto che tratta un tema attuale, il capitalismo e le differenze di classe, in modo assoluto e senza limitazione dovute ai costumi della Corea del Sud. Un racconto nel quale l’ombra e l’inquietudine montano come una nebbia che viene dal mare (o come un fantasma che sbuca dal sottosuolo), la si vede arrivare e lentamente spegne tutti i colori. Un racconto che si intossica con metodo scientifico e cerca l’anima seguendo il suono degli scarafaggi, la luce di una lampadina rotta, l’odore di dopo barba economico. Potentissimo e indimenticabile.