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Il cinema di Kim Ki-duk

Sguardo poetico e controverso, Kim Ki-duk è stato autore commovente e crudele, per oltre due decenni il regista della New Wave Coreana più premiato e rispettato all’estero.

Sorprendente, sadico, crudo, eccentrico, irrisolto e irrisolvibile, deliziosamente incoerente, sregolato, angosciante, sempre meno lineare, sempre meno classificabile, sempre più suggestivo. Nel suo cinema di poche parole, la comunicazione è assegnata al corpo: si può tracciare sul corpo il segno della comunicazione, picchiandolo, lacerandolo e umiliandolo. Un’umiliazione che si estende dall’individuo ad un’intera nazione. Una ferita che non è solo corporea ma politica tra Corea del sud e la Corea del nord. L’idea di ferita, di taglio netto sono elementi presenti nella storia di Kim Ki-duk: il passaggio da un mondo rurale fatto di totale incomunicabilità alla vita militare, per poi ancora alla predicazione religiosa e in fine ad un innamoramento della pittura. Nel 1990, a quasi 30 anni, dopo aver messo insieme abbastanza soldi per un biglietto aereo, si trasferisce in Francia dove si mantiene per due anni vendendo per strada i suoi dipinti. E qui che avrà un’intensa esperienza da spettatore in una sala cinematografica: è la visione di Les amants du pont neufs di Leos Carax. Nel 1993, tornato in patria, si avvicina lentamente al cinema, prima come sceneggiatore e successivamente come regista. Il suo primo film è già strepitoso: Crocodile (1996), dove Cho Jae-Hyun interpreta un vagabondo detto “Il coccodrillo” che vive ai margini della città di Seoul aspettando sotto un ponte sul fiume Han i suicidi per sottrarre ai cadaveri i loro averi. Proprio il coccodrillo sarà l’alter ego di tutti i personaggi maschili di Kim Ki-duk, un animale che soffoca all’aria aperta, un violento che non ama nulla della vita poiché da essa è stato ferito.

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Scegliendo il cinema come ragione di vita, gira uno dietro l’altro Wild Animals (1997) e Birdcage Inn (1998). Il successo internazionale arriva con Seom-L’isola (2000), ambientato in una riserva di pesca sulla costa coreana. Nello stesso anno in cui Park Chan-wook dimostra con il bellico Joint Security Area che la cinematografia coreana può imporsi come una delle più importanti del nuovo millennio, Kim Ki-duk dirige Indirizzo Sconosciuto (2001), per la prima volta  il regista prova a raccontare senza metafore la storia nazionale coreana con il suo carico di dolore e di lacerazioni. Il film segue le vicende di tre ragazzi e delle loro vite marchiate in modo indelebile dalla guerra. L’opera è come un urlo corale, di chi è consapevole che la vita non è altro che un percorso verso la morte ,ineluttabile e doloroso.

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La maturazione del suo linguaggio si manifesta in Bud Guy (2002), forse il suo capolavoro, una sporca poesia, una storia d’amore filmata con un solo mezzo di comunicazione: la crudeltà del possesso. Il suo primo film ad uscire nelle sale italiane è invece Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera(2003) e da qui cambia la matrice della scrittura. Il cinema della ferita da questo momento si trasforma, cambia velocità e diventa contemplativo. Nel film un anziano monaco fa i conti con il proprio passato, mentre il suo giovane discepolo con il proprio futuro. Il tempo sarà una variabile che influenzerà tragicamente il sistema. La perfezione della nuova forma è Ferro 3 (2004). Non ci sono più coccodrilli o puttane sante, si è definitivamente passati ad un modo lirico di raccontare la realtà. Infatti i successivi lavori, sempre prodotti ad un ritmo feroce, anche se risultano esteticamente impeccabili, sono privi del genio delle precedenti opere e per tanto sono incapaci di divorare le viscere dello spettatore. Paradossalmente sono stati proprio i film di questo grigio periodo artistico (La Samaritana, L’arco, Il soffio e Time) ad avere la miglior distribuzione nel nostro paese.

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Sconvolto da un incidente in un suo set dove un’attrice ha quasi perso la vita, decide di non girare per tre anni. Sono 3 anni di depressione, rabbia e confusione. L’Arirang è una canzone vecchia 600 anni che i coreani cantano quando sono tristi, Arirang (2011) è il nome del suo unico documentario, girato con un videocamera digitale, dove l’autore racconta il suo periodo più buio. Un canto stonato, un delirio di un vecchio ubriaco, una confessione quasi religiosa che lo riconcilia con il Cinema. Dopo Arirang, c’è la rinascita spirituale e artistica che lo porterà a filmare Pietà (2012), vincitore del Leone d’Oro al festival di Venezia. Se in scultura è l’abbraccio della Beata Vergine al corpo morto di cristo, Pietà al cinema è la storia un giovane battitore per uno strozzino che incontra la madre che l’aveva abbandonato da piccolo. Rabbia e agonia, poesia e morte. E’ il film coreano di maggior successo prima dell’avvento di Parasite di Bong Joon-ho.

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Kim Ki-duk con il suo cinema dolce e crudele ci ha insegnato che l’unico modo di conoscere l’altro è un abbraccio mortifero e letale. Con il tempo e l’età si è fatto un saggio umile e modesto come il piccolo cacciatore indigeno Dersu Uzala nell’omonimo film di Kurosawa. Un maestro commovente nel trattare pazzi assassini, barboni e puttane come fossero vecchi amici. Un pittore attento alle singole sfumature dell’animo e a pennellare la presenza della bellezza nell’atroce che non è soltanto la bellezza dell’atroce.