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One on One – Kim Ki-duk

Per il terzo anno consecutivo sbarca al Lido il maestro sudcoreano Kim Ki-duk: dopo il Leone d’’Oro vinto con lo straordinario Pietà nel 2012 e le polemiche per l’’estremo, difficile, poco compreso e forse poco comprensibile Moebius dell’’anno scorso, questa volta al suo One on One tocca l’’onore di inaugurare le Giornate degli Autori. In una sala Perla gremita Kim Ki-duk rivolge poche frasi introduttive alla platea, sottolineando l’’importanza di questo film per lui, mettendo l’’accento su una parola, dittatura, che dall’’occidentalizzata Corea del Sud fa subito drizzare le orecchie al pubblico.

Una studentessa viene brutalmente uccisa per strada da un gruppo di uomini. Gli stessi assassini saranno oggetto di una caccia all’’uomo da parte di un commando misterioso, occultato dietro travestimenti ogni volta diversi. Il commando mette ognuno di fronte al suo delitto, costringendolo con la tortura a scrivere la propria confessione, mettendolo di fronte alle conseguenze devastanti del mancato esercizio del dubbio morale. Si risale una gerarchia, e come un leit motiv tornano le stesse parole rese tristemente note dal processo di Norimberga: “ho eseguito gli ordini”, “ho fatto quel che mi si chiedeva”, “ho agito per un bene superiore”. Ho interpretato il personaggio che mi è stato assegnato. Vittima o carnefice, comunque attore di un teatro in cui il regista e il drammaturgo non si trovano, dove si crede di scegliere le parti e invece sono le parti a scegliere gli attori.

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Di quale dittatura parla Kim Ki-duk? Della dittatura del denaro, del profitto, degli idoli del successo. La sua tragedia profondamente filosofica, ammantata di una religiosità, di un’’urgenza morale che ancora una volta ne segnano la distanza e la necessità di fronte agli occhi di un pubblico europeo, procede ieratica: non risparmia allo spettatore la messa in scena della violenza, anzi ogni colpo vibrato su un corpo si carica di una stratificata ricchezza di significato. Lontanissimo da ogni compiacimento splatter, il film è un’’ulteriore dimostrazione della straordinaria capacità del regista di costruire e significare ogni singola inquadratura. Il recupero della parola e dell’’intreccio dopo le sperimentazioni di Moebius restituiscono un Kim Ki-duk nuovamente centrale nel cinema contemporaneo. Un regista che non solo lavora e si interroga sui limiti del visibile ma anche sui limiti del pensabile, dell’’agibile. I suoi personaggi sono tutti ferocemente umani, sono scandalosamente vicini, percorsi dallo stesso devastante vuoto in cui molti possono riconoscersi. Un vuoto che si frantuma sotto i colpi di domande finalmente non più retoriche: chi sono io? Perché agisco in questo modo?