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Buon non compleanno Señor Cortázar!

Cento anni e un giorno di creazioni fantastiche

Ieri Julio Cortázar avrebbe compiuto cento anni, ma ricordarsi di lui per un’occasione così ovvia ci è sembrato troppo facile e anche un po’ banale, perciò abbiamo voluto spezzare la formalità dell’anniversario matematicamente rassicurante e aspettare un giorno: un giorno qualunque, un giorno come tutti gli altri, cioè un giorno perfetto per parlare del grande scrittore argentino.

Che sarebbe diventato un tipo assai eclettico lo si poteva già intuire dalle origini: nasce il 26 agosto del 1914 a Ixelles, distretto sud di Bruxelles, da genitori argentini, quando la capitale è occupata dalle truppe tedesche di Guglielmo II; a soli cinque anni ha già vissuto in quattro stati: Belgio appunto, Svizzera, Spagna e infine Argentina, dove rimane fino al ’51, anno in cui si trasferisce poi a Parigi, in pianta stabile. Ma chi era Cortázar?

Perché tutta questa geografia in realtà aiuta ben poco: per scoprire un po’ meglio lo scrittore dovremmo seguire altre mappe. Ad esempio quelle di un omonimo francese che, mentre il piccolo Julio era costretto dalla sua debole costituzione a rimanere fermo nel letto di Buenos Aires, gli mostrò mondi fantastici: lo portò con sé in abissi marini profondi ventimila leghe, lo lanciò con un cannone sulla Luna, e di nuovo giù fino al centro della Terra per poi affidarlo all’avventuroso Phileas Fogg con cui avrebbe girato attorno al globo.

Quella semplicità, quella curiosità e quell’incredibile ingegno che emanavano le pagine di Verne alimentarono la fantasia di Cortázar e non lo abbandonarono mai: fino alla fine la sua penna sarà dominata da tratti leggeri, imprevedibili e immaginifici che ne faranno uno degli scrittori più originali e influenti del Novecento. Eppure, a trent’anni dalla sua morte – non possiamo fare a meno di chiedercelo – chi si ricorda ancora di lui?

Sembra proprio che quel frenetico ventesimo secolo che tanto ha donato e tanto ha trasformato, cominci a farsi dimenticare. Chi resiste ancora? Fra programmi ministeriali fermi agli anni ’70, visconti, baroni e viaggiatori sempre citati (ma di rado sfogliati), Calvino probabilmente ha ancora qualche generazione da influenzare; già Queneau se la passa peggio, morto Malle nessuno si ricorda più della sua Zazie, Icaro è volato via per sempre e i fiori blu appassiti, solo gli esercizi di stile sopravvivono, ma più come formula vuota; dei puzzle di Perec si son perse le tracce così come accadde al suo vecchio Bartlebooth; di decani come Borges, (Bruno)Schulz o il meraviglioso O’Brien neanche a parlarne; e dall’America Latina il successo di García Márquez ha eclissato nomi come Rulfo, Hernandez o Lezama Lima.

“Sono solo scrittori”, chissà, direte voi; ma uno scrittore – non uno “scrivente” o un inchiostracarta – non è forse qualcuno in grado di mostrare “moNdi di vivere” che non avevate mai immaginato ma che in fondo vi son sempre appartenuti? Se uno scrittore è questo, non c’è dubbio che Cortázar sia stato un grande scrittore.

Un’invenzione come Rayuela-Il gioco del mondo (ma che sarebbe meglio chiamare “Campana”) non dice più nulla a nessuno, eppure è uno dei romanzi più rivoluzionari di sempre. Come mai? È smontabile. Già, a vederne l’odierna edizione Einaudi – un mattoncino bianco anonimo – non parrebbe, ma se lo comprate, sappiate che avete tutto il diritto di smembrarlo – letteralmente! – e ridurlo nei suoi centocinquantacinque capitoletti. Fatto? Bene, ora senza pensarci due volte, prendete i vari fogli e mischiateli come fosse un grande mazzo di carte. Ci siamo? Perfetto, adesso potete pure cominciare a leggere il romanzo. Ecco, questo è Cortázar.

Magari la letteratura non vi entusiasma, preferite il cinema. Michelangelo Antonioni vi è più familiare come nome? Avete presente il celebre Blow up? Sapete come nasce? Da un racconto intitolato Le bave del diavolo. E indovinate un po’ chi lo ha scritto? Ecco questo è Cortázar (e volendo potete ripetere l’esperimento con Weekend di Godard o Furia di Aja).

O ritornando sui passi di Fogg, chi ci ha lasciato una delle testimonianze più curiose della cultura e della società del secondo dopoguerra? Già, sempre lui. Non sarà semplice trovarlo, ma cercate di accaparrarvi una copia de Il giro del giorno in ottanta mondi (sì sì, avete letto bene) e scoprirete ciò che nessun libro di storia riuscirà mai a raccontarvi: sguardi inediti su artisti, letterati, jazzisti, boxeur, strani inventori, omonimi e perfino “Teodoro W. Adorno” – il suo gatto!

Cortázar aveva tanti volti ed egli per primo era tanti mondi, quel suo viso così largo sembrava nascondere l’incontro di due uomini dalle infinite sfaccettature; se avete da obiettare che non abbiamo risposto alla domanda “Ma chi era Cortázar?”: beh, ci trovate completamente d’accordo – ma ridurlo a un singolo ritratto ci sembra davvero limitante.

Dovessimo proprio sceglierne uno, vi proporremmo quello delle creature più originali del suo mondo: cronopios e famas. Si potrebbe dire che i primi siano tipi fantasiosi e i secondi invece individui più razionali, ma ridurli a questo, come scrisse Calvino, “sarebbe impoverire di molto, imprigionandole in definizioni teoriche, la ricchezza psicologica e l’autonomia morale del loro universo”. Allora, facciamo così, lasciamo che sia lo stesso Cortázar a raccontarveli.

Faccia come fosse a casa sua

Una speranza si costruì una casa e sulla pietra d’entrata fece incidere la scritta: «Benvenuti coloro che giungono a questa soglia».
Un fama si costruì una casa e non fece incidere niente.
Un cronopio si costruì una casa e, fedele alla tradizione, sistemò nel portico una serie di lastre che comprò o che fece intagliare appositamente. La sistemazione delle pietre era stata studiata in modo che le si potesse leggere una dopo l’altra. La prima diceva: «Benvenuti coloro che giungono a questa soglia». La seconda diceva: «La casa è piccola ma il cuore grande». La terza diceva: «L’ospite è il calore del focolare». La quarta diceva: «Quel che è mio è tuo». La quinta diceva: «Questa annulla tutte le precedenti. Fila via, bastardo».

(tratto da Storie di cronopios e di famas , Torino, Einaudi, 1971, trad. it. Flaviarosa Nicoletti Rossini)