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Dove bisogna stare

Intervista a Daniele Gaglianone.

In occasione del secondo appuntamento di Movie Tellers nella città di Alessandria l’ospite della serata è stato l’autore torinese Daniele Gaglianone il quale ha introdotto il suo ultimo documentario, Dove bisogna stare. Il film racconta le vicende di quattro donne con background e provenienze differenti, Georgia a Como, Lorena a Pordenone, Elena a Bussoleno e Jessica a Cosenza, che “si sono trovate di fronte a una situazione di marginalità e non si sono voltate dall’altra parte. Sono rimaste lì, dove sentivano che bisognasse stare”.

Da Dove nasce la necessità di fare un film come questo?

Il film non è nato da una mia iniziativa, è una delle pochissime cose che ho fatto che non nasce da una mia intenzione, nel senso che il film nasce da un’iniziativa di medici senza frontiere che due o tre anni fa ha fatto questo monitoraggio sul territorio nazionale italiano per cercare di capire quale fosse la situazione rispetto ai cosiddetti insediamenti informali (per insediamenti informali s’intendono tutte quelle situazioni al di fuori o a margine del perimetro, sempre più striminzito, delle istituzioni che si occupano di marginalità, di migranti sostanzialmente) e nel fare questo monitoraggio medici senza frontiere ha rilevato due cose: una che questa realtà è molto più viva di quanto pensassero e che l’80 % delle persone che animano questa realtà è composta da donne. Nel fare questo monitoraggio ha incontrato delle persone e si è rivolta a ZaLab di Andrea Segre dicendo che sarebbe valsa la pena di raccontare l’operato di queste persone. Andrea mi ha chiamato e mi ha proposto di fare il documentario. Non credo sia casuale il fatto che me lo abbia chiesto nel senso che sapeva che era una cosa che poteva interessarmi molto e che sarei stato in grado di farlo.

La scelta del titolo è stata questa fin dal principio?

Generalmente aspetto che sia il film a suggerirmi il titolo. Spesso comincio il film con un titolo e lo finisco con un altro. E qua devo dire che ascoltando soprattutto le parole di Lorena e anche quelle di Jessica, mi è venuto quasi naturale sceglierlo. Anche perché credo che abbia una sfumatura che va al di là della dichiarazione che uno può intendere trovandosi di fronte a: Dove Bisogna stare, c’è quel bisogna che smorza un po’ questa perentorietà, questo imperativo, altrimenti avremmo scritto “Dove si deve stare”. Credo il titolo tradisca anche un bisogno interiore, intimo, di fare certe cose per se stessi, infatti il titolo potrebbe anche essere “Dove ho bisogno di stare”. Io credo che queste persone lo facciano innanzitutto per sé stesse, credo che in fondo se sono quello che sono è perché si sono fatte delle domande semplici che sono più o meno queste: mi piace il mondo in cui vivo? È questo il mondo che voglio lasciare ai miei figli, alle future generazioni? Se la risposta è no è chiaro che l’attitudine verso certi temi non può che essere più o meno questa, ecco.

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Come hai trovato queste quattro splendide donne?

Le protagoniste vengono da queste segnalazioni di medici senza frontiere, ovviamente abbiamo dovuto verificare la fattibilità delle storie da raccontare e la loro disponibilità. Ce n’è una che non è stata segnalata da medici senza frontiere, Elena della Val di Susa, ma il motivo è molto semplice: quando medici senza frontiere aveva finito il suo monitoraggio non era ancora esplosa l’emergenza in quei luoghi, ma non è stato difficile trovarla e trovare persone come lei. Spargendo la voce, tramite amici, sono venuto a conoscenza della storia di questa donna che aveva deciso di ospitare questo ragazzo che aveva rischiato di morire, di restare congelato. Ho indagato un po’ e mi sembrava una storia che si poteva raccontare e l’abbiamo fatto.

Quindi la scelta di raccontare la storia di 4 donne proviene dal fatto che la percentuale di donne che animano questa realtà è molto alta?

Non solo, alla fine è anche un messaggio: io penso che le donne più di altri riescano a conciliare pragmatismo e idealismo e, secondo noi, queste quattro storie rappresentavano perfettamente questa cosa. In generale credo che la questione femminile sia fondamentale, credo che le donne dovrebbero avere un peso specifico molto più forte nella società, soprattutto quando si fanno portatrici di una visione alternativa.

Il film racconta storie di migrazioni, ma il tuo occhio si posa principalmente sulle vicende di chi accoglie.

Anche questa è stata una scelta ben precisa. Usando un linguaggio che non mi piace, che non è mio, però è il linguaggio della nostra società, usando questa dicotomia, questa separazione dico che non è un film su di loro, ma un film su di noi. Un film su quella parte di mondo per la quale mi sento anche di poter parlare perché dell’altra io posso parlare fino a un certo punto. Sarebbe bello vedere un film come Dove Bisogna stare fatto da un migrante. Questo per dire che ho scelto di fare una riflessione su quella parte del nostro mondo che ha deciso di mettersi in gioco. Certo che i migranti ci sono, però sono come personaggi funzionali a raccontare i caratteri sui quali io mi sono voluto concentrare, facendo anche delle scelte (est)etiche precise, ad esempio spesso i ragazzi non volevano farsi riprendere in volto e questo anziché divenire un problema è diventato un punto di forza del film. Secondo me questa cosa qui è molto forte, perché viene proprio voglia di vederli, la loro invisibilità li rende ancora più visibili.

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Esiste un’altra versione del film?

Esiste una versione corta del film che si chiama Sorelle d’Italia per Doc3. Dovevamo rispettare certe strutturazioni narrative per gli slot televisivi. Mancava la parte di Jessica. Da un certo punto di vista è più organico il fatto che le protagoniste siano tre perché dovevamo stare nei 50 minuti e già il tempo è poco per seguire tre storie, quindi una quarta avrebbe voluto dire essere molto molto superficiali. L’esclusione di Jessica ha avuto senso perché le altre tre operano lungo il confine del Nord Italia e forse era troppo compagna per i compagni di Rai tre (ride nda). A parte gli scherzi penso che uno non sia la versione corta dell’altro, ma proprio due film differenti: uno è Sorelle d’Italia e l’altro Dove Bisogna Stare. Tra l’altro quando è passato in Rai Sorelle d’Italia, dovevamo ancora terminare Dove Bisogna stare. Il film è andato comunque bene e ci hanno fatto i complimenti per lo share.

Un’ultima curiosità: tu parli delle protagoniste come persone differenti, ma alimentate e accomunate da questa attitudine, si sono conosciute?

Sì, si sono conosciute, ma dopo il film. Avevamo anche pensato di farle incontrare per il film, ma poi ci siamo convinti che non si sarebbero dovute incontrare fisicamente, perché forse sarebbe stato molto più debole il loro incontro ideale. È chiaro che il film parte con quattro percorsi, ma man mano che va avanti c’è una sorta di contaminazione tra le storie, perché alla fine non è che i quattro ritratti arrivano ad essere il ritratto di una persona, ma è il ritratto di una tipologia di persona. Nella loro diversità quelle due o tre (importanti) cose in comune le hanno.