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Tutti lo sanno

Tra melo e detection, il primo film in lingua spagnola del maestro del Nuovo Cinema Iraniano convince a metà.

Ad un certo punto in La regola del gioco (1939) di Jean Renoir un personaggio afferma: “In questo mondo la cosa spaventosa è che ognuno ha le sue ragioni”. Tale frase è da prendere come principio cardine dell’intera arte di Asghar Farhadi, celebrato autore e simbolo della rinascita del Cinema Iraniano, capace di declinare il concetto di verità, condannare le aberrazioni delle relazioni interpersonali e di scatenare con furore glaciale dei balletti narrativi apparentemente senza conclusione né soluzioni, ma talmente potenti da oltraggiare e poi demolire ogni forma di integralismo. Presentato nell’ultima edizione del festival di Cannes e ora distribuito nelle sale italiane, Tutti lo sanno è per il premiato regista un’inevitabile transizione verso le produzioni Europee che si presente come un dramma familiare che tende al giallo, senza mai confermarsi come tale.

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Gli abitanti di un piccolo borgo vicino a Madrid vociferavano su una segreta relazione tra il contadino Paco (Javier Bardem) e la borghese Laura (Penelope Cruz), giovani appartenenti a diverse classi sociali. Le loro iniziali incise nella stanza dell’orologio di un’antica torre erano la prova tangibile del loro amore: L+P. Dopo anni i due si riuniscono per il matrimonio della sorella di Laura, evento che rallegra l’intero paese. La loro chimica è ancora forte sebbene entrambi siano legati ad altre persone. Gli errori del passato pesano come un macigno sui destini delle persone e sono impossibili da rimuovere: ben presto il rapimento proprio dell’adolescente figlia di Laura farà crollare gli equilibri emotivi e subentrare incertezze e inconfessabili verità.

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Scritto dallo stesso Farhadi in Farsi e successivamente tradotto in spagnolo, il film ci bombarda già in apertura con una dozzina di ermetiche promesse narrative, proprio come accade nelle opere di Ibsen. Quando arriva il colpo di scena del rapimento, si ha un senso di straniamento nell’osservare quei volti schiacciati dalla fatalità e nel cercare un intrigo che non c’è se non in condotte esistenziali come accadeva ne L’Avventura (1960) di Antonioni. E’ evidente come il regista preferisca altro alla maschera da Agatha Christie, ma nonostante la storia abbia uno sviluppo simile a quello dei suoi precedenti lavori, in particolare Il Passato (2013) e About Elly (2009), qui è incapace di trasmettere qualsiasi conflitto psicologico. E’ come se l’essere lontano dai vincoli conservatori del cinema iraniano abbia indebolito il suo modo di esporre i dilemmi morali dei suoi personaggi, ora poco stratificati e contraddittori. A cavallo tra dramma e giallo, Tutti lo sanno manca di autocoscienza e mordente sociale soprattutto se paragonato all’opera iraniana di Asghar Farhadi. Paese che vai, regole del gioco che trovi.