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Laissez bronzer les cadavres

Tra cinefilia, estremo e video arte

Hélène Cattet e Bruno Forzani, marito e moglie prima che collaboratori, hanno costruito il loro inconfondibile stile sulle fondamenta del Giallo Italiano, traghettandolo nel ventunesimo secolo e contaminandolo con la video arte e l’underground. Il risultato è un cinema ibrido, un’estetica e una filosofia dell’immagine ipnotica che disturba e stordisce perché lontana dall’esperienza cinematografica propriamente classica.  Debuttano nel lungometraggio con Amer (2009), un omaggio consapevole al cinema di Dario Argento e Mario Bava, un trip implosivo carico di suggestioni piene di angoscia ed erotismo che trova subito fortune e consensi. Continuano la loro sperimentazione registica con L’étrange couleur des larmes de ton corps (2013), dove andando oltre il citazionismo fine a se stesso, riescono a comporre esclusivamente per immagini oniriche e soffocanti un’opera dalla complessa struttura narrativa.

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Il duo belga ritorna a destabilizzarci con Laissez bronzer les cadavres (2017), adattamento del seminale noir letterario di Jean Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid, presentato nella sezione fuori concorso dell’edizione appena conclusa del TOHorror Film Fest. Il risultato è il racconto dello scontro tra vittime inconsapevoli trasformate dall’avidità in rapaci belve (con il mitra). Una banda di criminali si rifugia tra le scogliera della Corsica con 250 kg di oro appena rubati. Gli uomini saranno accolti dall’eccentrica Luce (Elina Löwensohn), artista con perenne sigaro in bocca e in lotta contro il mondo intero. La difficile convivenza del gruppo è inasprita dalla presenza di altri ospiti della donna: il romanziere Max (Marc Barbé) e la sua amante Melanie (Dorylia Calmel). L’arrivo improvviso della polizia porterà l’inferno.

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In greco con la parola Autopsia si indica l’atto di vedere con i propri occhi, e infatti i registi come dei Coroner indagano sul destino dei loro personaggi, tutti nessuno escluso condannati al massacro e governati dal Destino raffigurato come una Donna (forse proprio la stessa Luce?) che allo stesso tempo schiava e padrona è presente nelle fantasie dei protagonisti della vicenda. L’intreccio base e frammentato da alcune scene surrealiste che hanno proprio questo personaggio come protagonista. La Donna riempie lo schermo con una sensualità che morbosamente non si esprime in scene esplicite, ma muore nel feticismo tra urofilia e latte che scende a fiumi dai seni come nel più folle dei film di Takashi Miike.

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La regia non scende a compromessi ed è interamente concepita sull’analisi dei particolari e sul montaggio maniacale di una carrellata di dettagli che creano un impressionante effetto domino. Movimenti di macchina concentrici e inquadrature strette per dare un senso estremo di claustrofobia sono accompagnati da una fotografia che si trascina dietro quell’alone cupo e violento tipico del cinema italiano di genere degli anni 70. Il sound design è curato quanto se non più del reparto visivo.  Il suono del vento, il cigolio di una sedia a dondolo, lo stridio delle corde che stringono un corpo hanno un’importanza maggiore dei (pochi) dialoghi.  La messa in scena Cattet & Forzani è alle volte troppe caotica e ha lo stesso effetto di prendere 100 caffè uno dietro l’altro. Ci si eccita, ma fino allo sfinimento. Bello e strano, Laissez bronzer les cadavres è una vera sinfonia psichedelica che va vissuta e assorbita in apnea.