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Nancy

Premiato al Sundance, il film riflette sul desiderio di un riconoscimento affettivo.

Arrivato nelle sale italiane nel dicembre scorso, Nancy è ora disponibile sulla piattaforma Chili. Il film, esordio di Christina Choe, ha fatto parlare di sé sin dalla sua presentazione al Sundance Film Festival del 2018, nel quale la regista statunitense si è aggiudicata l’importante premio per la sceneggiatura. Protagonista eponima del film è Nancy, una giovane donna trentacinquenne che vive con la madre malata (Ann Dowd). Interpretata da Andrea Riseborough, attrice che sorprendentemente non ha ancora raccolto quanto meriterebbe, Nancy passa la maggior parte del suo tempo sullo schermo del pc o del telefonino per aggiornare il suo blog, palliativo al suo sogno di diventare una scrittrice di successo. Continua infatti a ricevere lettere di case editrici che cestinano le sue proposte: intanto la madre, evidentemente con intento derisorio, la invita, nonostante la sua riluttanza, a richiedere il sussidio di disoccupazione. Il sospetto che il blog sia il mezzo attraverso il quale Nancy ha saputo crearsi un’identità virtuale (il suo nome social è Becca) in risposta alla sua desolante vita è forte e va ad aumentare quando la si vede millantare un improbabile viaggio in Corea del Nord (riferimento forse ironico ma certo significativo al documentario sul paese girato dalla stessa Choe) o inscenare una finta gravidanza durante un appuntamento con un suo affezionato lettore (John Leguizamo). La menzogna e l’artificio di una vita social, dove far confluire e mettere a tacere le frustrazioni di una deludente esistenza professionale e affettiva, sembrano insomma caratterizzare Nancy.

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Morta la madre, Nancy sembra non avere reazioni. Una sera però vede in un notiziario due genitori (Jean Smith-Cameron e Steve Buscemi) ancora alla ricerca di notizie della figlia scomparsa trent’anni prima, quando aveva cinque anni. Il volto della figlia scomparsa ricostruito artificialmente dalla polizia è somigliante a quello di Nancy che si mette in contatto con i due. In fondo lei non ha mai visto il suo certificato di nascita e non ha mai saputo comprendere il mancato affetto della madre. Si tratta ancora di una nuova e forse stavolta pericolosa costruzione di un’altra identità o veramente Nancy è quella figlia scomparsa? Un’incertezza questa che serpeggia quasi fino alla fine.

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Se nella prima parte del film, relativa alla vita di Nancy con la madre, la Choe calca la mano su temi di attualità come l’identità virtuale, i social e, più in sordina, la politica americana (efficace il riferimento al parcheggio esclusivo per i clienti “Great American”), nella seconda parte, relativa invece alla possibile vera famiglia di Nancy, vira su delle tensive sfumature thriller mescolate benissimo al toccante dramma psicologico del presunto riconoscimento in atto. La frattura appare un po’ troppo netta e improvvisa ma è ben attutita da una regia sicura della sua poliedricità e da un finale che si adagia sul disvelamento drammatico di vite fragili che dolorosamente non sanno arrendersi al sempre misterioso e impellente desiderio di un riconoscimento affettivoNancy è un film riuscito, molto affascinante e, cosa non trascurabile, suscita curiosità e attesa per i futuri lavori di Choe.