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The Last Black Man in San Francisco

Nell'inno a un’amicizia e a una città traspare una sincerità affettiva assai rara e preziosa, figlia di un moto nostalgico e di un’attualissima ricerca di verità dietro le nuove facades socio-urbane.  

Joe Talbot e Jimmie Fails sono rispettivamente regista (al suo esordio in un lungometraggio) e attore protagonista di The Last Black Man in San Francisco, film sorpresa del 2019, premiato per la miglior regia al Sundance Film Festival e accolto più che positivamente a Locarno. Amici di infanzia, cresciuti nello stesso quartiere di San Francisco, i due hanno lavorato a lungo a quest’opera autobiografica che racconta la loro storia e soprattutto la loro città. Jimmie Fails nel film mantiene addirittura la stessa identità: è Jimmie Fails, un ragazzo afro-americano che ogni giorno visita una casa nel distretto Fillmore della città californiana. Con la complicità dell’amico Mont (alter ego di Talbot, interpretato da Jonathan Majors) egli entra nella casa, ne osserva il giardino non più curato e rivernicia le finestre. I proprietari della casa lo cacciano ma puntualmente Jimmie vi fa ritorno e continua la sua attività di carpentiere indesiderato.

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Quella casa era stata infatti costruita da suo nonno, iperbolicamente definito come il primo uomo nero arrivato a San Francisco; non è più in loro possesso a causa di problemi economici e ora i proprietari sono dei ricchi coniugi bianchi, simbolo della riqualificazione sociale (gentrification) che sta coinvolgendo San Francisco. Il continuo ritorno a quella casa e la sua occupazione abusiva, quando per problemi di eredità i coniugi devono andarsene, sono per Jimmie e Mont momenti assoluti di gioia. Lì finalmente essi trovano uno spazio dove urlare, invitare gli amici, ricollocare gli oggetti familiari del passato, scrivere un’opera teatrale. Confinati come molti altri afroamericani in periferia, nella baia dalle acque sempre più inquinate, i due rivendicano un luogo che pareva perduto. In loro però non c’è nessun intento di violenta rivalsa, piuttosto un’ingenuità sognante che vorrebbe ancora una San Francisco viva, multirazziale, libera dalla nuova economia che ne sta pericolosamente mutando il volto.

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Il recupero della vecchia San Francisco è quello che del resto intende fare la regia di Talbot: grazie alla splendida fotografia di Adam Newport-Berra, alle luci calde che dimenticano la nebbia tipica della città, all’intensa colonna sonora che ricorda Janis Joplin e i Jefferson Airplane. Il regista celebra la facciata più autentica eppure a rischio di San Francisco, oramai divenuta solo la città delle start-up della Silicon Valley. In questa rappresentazione, il film si muove secondo i canoni classici del cinema indipendente americano: grande spazio riservato alle zone suburbane, ai loro abitanti e slang, alle discese in skateboard accompagnate dalla musica, ai problemi ambientali. Sul versante registico Talbot non mostra quindi nulla di nuovo, ma si segnala per una sua solidità e originalità soprattutto per quanto riguarda le riprese negli spazi interni, fatte di angolature precise e di scelte cromatiche coinvolgenti.