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Sorry To Bother You

Una commedia irriverente dai risvolti spiazzanti che mostra come la competizione e l'alienazione ci possa trasformare in bestie.

Sorry to bother you (in italiano mi dispiace disturbarla), è la frase che tutti noi sentiamo prima di riattaccare il telefono quando le televendite invadono la nostra vita. Quello che non sappiamo è chi c’è dall’altra parte. Scritto e diretto da Boots Riley, questa “blackcomedy, irriverente e assurda, ci mostra a modo suo uno spaccato generazionale di uomini e donne alle prese con il portarsi a casa la pagnotta.

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Cassius Green (Lakeith Stanfield), è un giovane uomo alle prese con gli impellenti doveri della società. Vive tutto sommato una vita precaria ma serena, fatta di buoni amici, qualche cannetta e una splendida ragazza di nome Detroit (Tessa Thomson), emancipata e indipendente, che segue il sogno di diventare una artista performer. Insieme condividono un garage affittatogli dallo zio, due cuori e una capanna. A complicare il quadro solo un piccolo problema: pagare le bollette. Unica soluzione, trovare un lavoro. Sarà così che a seguito di un colloquio in un call center, Cassius, verrà assunto e piano piano indottrinato per diventare un “power caller” dei piani alti dove un ascensore d’oro lo porterà su, lontano dai suoi principi e dai suoi cari.

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Un film irriverente e con uno stile molto marcato. Piano piano il tutto prenderà una piega entropica dai risvolti assurdi, momento che arriva verso la fine del film. Partendo dal mio pensiero personale, dico che i pittori migliori sono quelli che sanno quando è il momento dell’ultima pennellata ed aggiungerne anche solo una in più potrebbe compromettere il tutto. In questo film dalla sua estetica e trama fuori dagli schemi trovo che nel finale ci siano state tante pennellate di troppo. Un film che avrei elevato a manifesto di una generazione precaria che con ironia e uno strano mix di reale e caricaturale mette sul piatto tutti i mali della nostra società. I CEO zen-illuminati col sandalo che chiamano capitalismo energia, i coach aziendali o come si chiamano che riducono le aziende ad asili, il nuovo modo di protestare per i propri diritti che senza un buon hashtag non si va da nessuna parte, la disuguaglianza dei servizi e i diversi modi di mascherare le schiavitù, il razzismo e il fatto di dover parlare da bianco.

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Il film ad ogni modo mostra inoltre come sia importante prendersi per come si è e non diventare come vorrebbero che tu fossi, nei rapporti umani e nel mondo del lavoro. Resistere alla tendenza di competere e alienarsi, avvicinandoci (nel film non solo in maniera metaforica) al diventare bestie. Spezzerei le lance di un’intera falange macedone per questo film ma la deriva zoomorfa/antropomorfa che prende mi ha spiazzato facendomi perdere la potenza dei messaggi che in modo molto originale e ironico non mancano. Lo avrei finito lì. Ma forse era proprio quello il senso, non importa quanto tu ti possa impegnare a fare polemiche e dibattiti, la società si becca quello che si merita vivendo nella convinzione che con i se si possa cambiare.