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Green Book

Parlare di cinema senza parlare di politica?

Il Green Book era una guida che nel passato recente statunitense consigliava e informava su luoghi e posti ospitali, lungo gli States, dove un individuo afroamericano avrebbe potuto trovare vitto e alloggio. Una guida utile quanto agghiacciante. Utile a non trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato e agghiacciante che le probabilità che ciò accadesse erano più di un’ipotesi. Questa guida quanto l’omonimo film, diretto da Peter Farrelly e vincitore come best picture alla passata edizione degli Oscar hanno molto in comune. Partiamo dal presupposto utopico che entrambi non sarebbero dovuti esistere in una comunità civilizzata. Ma correggiamo subito il tiro e torniamo a parlare di quello che ci compete, il cinema. Green Book va visto a occhi chiusi. Parrebbe un ossimoro ma è l’unico modo per evitare di inscenare un discorso che non sfoci in politica o polemica. Cavolo, occupiamoci solo della settima arte.

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Dimenticatevi la provenienza sociale e il colore della pelle dei due fantastici interpreti che hanno tutti i meriti e le ragioni per essere comunque menzionati: Vigo Mortensen e Mahershala Ali. Resterebbe dunque un road movie sulla differenza tra registri linguistici e la potenza dell’uso delle parole. Un uso linguistico che si basa sull’incontro scontro alla pari tra le due grandi scuole della vita: una fatta di banchi e biblioteche e l’altra di strada ed esperienza. In un caso uno ha avuto accesso agli studi, in america molto costosi e selettivi, nel secondo invece se l’è dovuta sbrigare. Specchio di un divario sociale da sempre alla base della società americana. Cavolo sto parlando di politica, cenerentole e favole del sogno americano. Allora parliamo di provenienza sociale e del colore della pelle dei due protagonisti. È interessante che la trama sia tratta da una storia vera, che prende come caso l’amicizia inaspettata che si è creata tra un ricco suonatore di pianoforte afroamericano e il suo driver/body guard italo americano che lo accompagnò nel suo tour. Questo film ci mostra infatti che in un’America profondamente razzista l’amicizia tra un nero non analfabeta e un italoamericano non mafioso può esistere! Cavolo sto facendo polemica.

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E allora basiamoci di nuovo sul film. Come abbiamo visto, questi Oscar hanno dato grande importanza alle minoranze che da sempre in America vivono in un apparente quanto falso clima di uguaglianza e libertà. Infatti le cose stanno cambiando e a parità di temi, Green Book come Blackkklansman di Spike Lee, usa anch’esso un interprete nero ma lontano dallo stereotipo a cui siamo abituati. Un personaggio che con intelligenza e l’uso della parola riesce ad eliminare il grande complesso di inferiorità facendo prevalere la giustizia. Infatti, il razzismo non esiste più o comunque ormai anche gli italoamericani non sono più visti come dei mafiosi e i neri possono liberamente studiare e viaggiare per il paese. Cavolo sto sparando una cazzata.

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Green Book è una maledetta gatta da pelare prodotta da bianchi per un film sul razzismo sostanzialmente razzista. Non dico sia voluto. Ma se eliminiamo quella magica porzione di spazio che va dallo schermo allo spettatore, che ci regala comunque un film con degli interpreti eccezionali che gestiscono in modo maestrale un viaggio negli states quanto un viaggio di crescita personale tra momenti comici e drammatici ben bilanciati, assistiamo al trionfo del nulla con la pretesa del tutto. Cavolo, sto parlando di politically correct, ingiustizia sociale e razzismo pur abitando in italia? Cavolo, scusa Spike, avrei voluto parlare solo di cinema ma se la posta in gioco nel tuo paese era quella, hai fatto bene ad arrabbiarti.