SHE'S GOTTA HAVE IT, Tracy Camilla Johns, Spike Lee, 1986

She’s Gotta Have It

Il primo film di Spike Lee

She’s Gotta Have It, Lola Darling nella versione italiana, è il primo lungometraggio prodotto e diretto da Spike Lee dopo il suo saggio di laurea, una commedia che racconta la storia di una giovane ragazza afroamericana, Nola Darling (Tracy Camilla Johns), che vive a Brooklyn e lavora come grafica e pittrice. Nola intrattiene uno strano ménage sentimentale con tre uomini completamente diversi tra loro: Mars, un giovane immerso nella cultura di strada e tifoso di basket; Greer, un modello vanitoso e raffinato di Manhattan; Jamie, introverso e innamorato.

Girata in un elegante bianco e nero, la storia di Nola è presentata agli spettatori direttamente dai suoi protagonisti, come una sorta di Rashomon in salsa newyorkese e afroamericana. Sono i suoi uomini, le sue amiche, lei stessa, che si rivolgono alla macchina da presa e introducono, commentano, interpretano gli episodi mostrati. Come in un quadro cubista la storia è scomposta e rimontata attraverso varie angolazioni in un susseguirsi di episodi staccati e flashback. Alternate agli sguardi in macchina degli attori, come a ristabilire una distanza dell’autore dalla sua storia, le frequenti inquadrature fisse, spesso plongée o comunque da angolazioni particolari, aiutano lo spettatore a costruirsi la propria verità attraverso la varietà delle prospettive.

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Spike Lee firma un’opera estremamente cinefila, dalle citazioni scoperte – l’inserto a colori, introdotto dallo sbattere dei tacchi alla Dorothy de Il Mago di Oz – ai debiti con certo cinema d’arte: detto della costruzione della sceneggiatura alla Rashomon, troviamo anche un’estetica debitrice della Nouvelle Vague e il dialogo col cinema di Woody Allen. Una Brooklyn in bianco e nero che quasi vuole essere una risposta afroamericana a Manhattan.

Se da un punto di vista puramente stilistico il film di Lee rielabora soluzioni cinematografiche presistenti, da un punto di vista storico invece la pellicola segna un punto di svolta nella rappresentazione mediatica della cultura afroamericana. In anni in cui i b-movie della blaxploitation avevano raggiunto un certo successo di pubblico sull’onda della rappresentazione stereotipata della vita urbana degli afroamericani, Spike Lee mostra l’altra faccia della New York nera, lontana da inflazionati luoghi comuni. Per la prima volta un film di successo ha un cast completamente afroamericano e per protagonista una donna sessualmente emancipata, indipendente e non disposta a sottomettersi alle classiche regole sentimentali.

Mentre il personaggio di Nola è a tutto tondo, variamente sfaccettato, e rifiuta un’interpretazione univoca della sua vita, che è degli spettatori ma anche dei suoi stessi compagni, i ruoli maschili appaiono più piatti, più lineari nel loro incarnare diversi aspetti, diverse categorie, dell’uomo metropolitano. Tre uomini diversissimi si contendono la donna, soddisfacendo però solo un aspetto del suo complesso carattere.

spike lee mars blackmon

Dei tre personaggi maschili quello di maggior spessore e novità è certamente Mars Blackmon, interpretato dalla stesso Spike Lee, che ha regalato a questo carattere parecchio della sua biografia. Tipico rappresentante della nuova gioventù afroamericana cresciuta nei primi anni Ottanta, parla lo slang metropolitano con la cadenza di un freestyle, appassionato di sport, è il primo vero eroe cinematografico della sottocultura hip-hop. Talmente forte nella sua novità, è assurto a emblema della cultura popolare di fine anni Ottanta attraverso gli spot Nike girati e interpretati da Lee-Blackmon insieme a Michael Jordan.

Anti-favola dove a trionfare non è il lieto fine sancito da una tradizione culturale vecchia e ormai distante dalle esigenze concrete delle persone, ma dove invece a vincere è il desiderio di libertà, di indipendenza morale e sociale di una donna, l’esigenza di avere il controllo sulla propria vita e sul proprio corpo. Ancora lontano dai successivi film di grande peso ideologico che avrebbe firmato di lì a poco, Spike Lee riesce comunque, attraverso la storia di un singolo, con gesto di grande libertà intellettuale e già matura sapienza registica a mettere in scena il desiderio di emancipazione dell’intera comunità afroamericana, troppo spesso emarginata socialmente e culturalmente in ghetti fisici e intellettuali.

Scritto con Andrea Piroddi