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The Broken Man – Matt Elliot

Due anime, un musicista, il racconto del disagio personale e collettivo: ovvero Matt Elliot, uno dei geni della scena contemporanea musicale. Dopo il ritorno nel 2010 con il suo progetto elettronico The Fird Eye Foundation (che avveniva dopo sei album pubblicati tra il 1995 e il 2001), in questo 2012 riappare nuovamente con il suo nome, a quattro anni dallo splendido The Howling Songs.

Un ritorno difficile, aggiungerei: ripetere i quattro album che si sono susseguiti negli anni zero, da The Mess We Made del 2003 al succitato titolo del 2008, è davvero impresa ardua. Quattro perle del folk oscuro, ombroso, quello dei cantautori italiani degli anni ’60 che si rifacevano a loro volta a quelli francesi o al canadese Leonard Cohen. Ma Matt Elliot è più di questo: il suo modo di romanzare le ombre della vita era arricchito da contaminazioni elettroniche (come nel suo primo album) e da un viaggio a ritroso alla riscoperta della tradizione mediterranea, appropriandosi spesso dello stile del flamenco e di sonorità gitane che ritroviamo anche in questo nuovo lavoro.

The Broken Man (impreziosito dal mixaggio da Yann Tierssen) è un figlio “timido” degli album precedenti. Figlio perché in parte riprende i suoni appena descritti e l’umore notturno; timido perché il risultato finale è più minimalista e meno trasversale. Ma questo non va ad intaccarne la qualità, anzi arricchisce il significato dell’opera mettendo in evidenza la fragilità dell’animo umano che il cantautore di Bristol vuole comunicare. Sette capitoli che mettono in evidenza, in tono quasi rassegnato, la tristezza, le dissonanze cognitive, la solitudine dell’essere umano.

Ebbene sì, è un album che potremmo definire “deprimente”, ma in senso buono, in senso poetico. Non stiamo parlando dei deliri di un adolescente in crisi, ma di un uomo maturo che da tempo esprime questi sentimenti. Per citare Nanni Moretti: «“Anch’io sono triste, ma di un triste teatrale, vitale; tu invece sei di un triste squallido»”. Ed è proprio questa una delle forze dell’album: la teatralità e la non banalizzazione di un disagio che spesso da altri interpreti viene innalzato a status generazionale e collettivo, rendendolo patetico e poco credibile.

Il disco inizia con Oh How We Fell, caratterizzata da un lungo e delicato intro chitarristico strumentale che ricorda anche il talento tecnico di Elliot. E intorno al terzo minuto piomba la greve voce che si insinua tra accelerazioni e rallentamenti. Alla fine di questa lunga melodia intervengono anche gli archi e i vocalizzi femminili, che contribuiscono a rendere più decadente l’atmosfera. Un inizio da chapeau.

La chitarra accelera in Please Please Please che è quasi interamente strumentale se non fosse per il coro di voci che nella parte centrale quasi sovrasta il suono della chitarra in modo abbastanza inquietante: una perfetta rappresentazione delle minacce che vanno ad intaccare la nostra vita quotidiana. La successiva Dust, Flesh and Bones è probabilmente il pezzo più forte dal punto di vista emotivo, in quanto la voce profonda sovrasta su tutto: il culmine si raggiunge sulla ripetizione delle parole “This How It Feels to be Alone” e nella seconda parte nella quale torna la voce “spettrale” (che regala una certa epicità al tutto) del primo brano con la chitarra scarna e graffi di violino. Dilaniante ma di una bellezza unica, un po’ come la scena inziale di Melancholia. La sensazione è la stessa.

Dopo un’altra parentesi strumentale (How to Kill a Rose) che riprende in maniera più breve e meno composita (ma stilisticamente impeccabile) il pezzo precedente, arriviamo ad un altro “capolavoro” dell’album: If Anyone Tells Me “It’s Better to Have Loved and Lost Than to Never Have Loved at All”, I Will Stab Them The Face. Un titolo che già dice tanto. Il brano cambia le carte in gioco: questa volta è il pianoforte a tirar le redini coadiuvato da degli archi soffocati. 13 minuti dove le parole servono a poco (infatti è quasi tutto strumentale) e la musica stessa fa da paroliere, esprimendo lo sconforto di un amore perso.

Matt Elliot imbraccia nuovamente la chitarra in This Is for Me, la canzone che più mi rimanda alla memoria i precedenti album, soprattutto per la progressione accelerata della seconda parte che si arresta solo nel finale. E se vi aspettate un lieto fine, non è certo il caso di The Broken Man: The Pain That’s yet come è un pezzo delirante dai risvolti “apocalittici”: nella prima parte compare l’ombra di Leonard Cohen; nella seconda parte le distorsioni psichedeliche prendono il sopravvento, facendo emergere l’Elliot manipolatore, che in questo disco è un po’ mancato.

Matt Elliot si conferma quel grande musicista che è sempre stato, non preoccupandosi degli schemi e liberando la sua vena creativa al massimo con lunghissime o brevi composizioni, sempre efficaci nel comunicare questo stato di “Uomo Frammentato e Lacerato”. E a proposito del concept di questo disco, volevo concludere con una poesia di Frank O’Hara che racchiude perfettamente tutto il senso dell’opera:

“«Ora aspetto con calma che quella catastrofe che è la mia personalità ritorni a sembrare bella ed interessante, moderna. La campagna è verde, marrone, bianca e piena di alberi. La neve e cieli pieni di risate sono sempre meno. E’ tutto meno divertente, non solo più buio, non solo grigio. Potrebbe essere il giorno più freddo dell’anno. Cosa ne pensa? Cioè, io cosa ne penso. E se penso forse sono di nuovo me stesso».