LDe_2015__178, 27/09/2015, 15:10,  8C, 6000x5980 (0+1377), 100%, Oct 5th -2013 ,   1/8 s, R43.1, G22.1, B44.7

Not To Disappear – Daughter

Sono sempre loro, i Daughter. Perfettamente riconoscibili attraverso l'angoscioso pulviscolo che più che diffondersi dalle loro produzioni va a connotarle nel profondo. Te la immagini così mentre scrive, la Tonra: un poster di Cat Power e uno di Bon Iver appesi al muro con quattro puntine di colore diverso, qualche virtuoso raggio di sole che traspare attraverso le tapparelle abbassate e si schianta sul suo volto impermeabile a ogni forma di euforia esterna. Un quadretto dipinto con pennellate di certe dimensioni, ma che effettivamente ne riflette la componente di cantautorato dalle radici smaccatamente folk. Poi c'è la sottotrama elettronica di scuola britannica ad avvelenarne a morte lo stereotipo, ma insomma: fin qui nulla di così strano.

Cosa separa Not To Disappear, allora, dal primogenito? Difficile a dirsi. Tre anni, certo, e una certa qual forma d’urgenza che paradossalmente ha preferito farsi attendere. «I need new ways to waste my time / I need, I need new ways»: ci incalzano a un nulla dal primo play. Ma già l'inquietudine aveva trovato un modo per farsi annunciare in grande stile quando, contorcendosi per liberarsi dalle costrizioni dell'album, Numbers usciva il novembre scorso come secondo singolo estratto: «I feel numb / I feel numb in this kingdom». Che era stata anticipata nelle logiche promozionali, e alla quale segue in quelle del discorso del disco, da Doing the Right Thing. Un progressivo perdere di assennatezza: una rapida ricerca lo conferma, è un testo sull'Alzheimer.

Ed è paradossale come, nel racconto del distanziarsi dall'identità, i Daughter trovino il più forte legame con la propria immagine consolidata. Perché è in essa che si riflette l'ansioso manifesto della band, contesa tra un egoistico pudore e una spiazzante sincerità almeno quanto lo è la traccia tra le nevrotiche percussioni di Aguilella e le solenni chitarre di Haefeli. Poi c'è l’inno, How, arioso e al contempo incerto, come galante approvazione del nostro discorso sulle dicotomie, seguito dall'intima Mothers. In Alone/With You trova conferma anche quanto accennato sull'urgenza con versi che, privilegiando lo sfogo alle necessità compositive («I should get a dog or something»), ti preparano allo schianto.

E giunti fin qui ci si dà una pacca sulla spalla, soddisfatti, perché oramai è stato rimarcato tutto ciò che ci eravamo prefigurati sul trio. Poi parte No Care che, sono stati schietti, se ne frega. Ritmo signori! Non meno agitata, non meno nervosa, forse non pienamente appagante ma di certo coraggiosa. To Belong rallenta progressivamente, ci avviamo verso la conclusione. Se “Fossa” corrisponde ai primi sguardi imbarazzati che ci si scambia quando si comprende che il proprio tempo insieme sta per finire, Made of Stone è un po’ l'amalgama di pensieri post congedo che ti fanno andare il discorso di traverso.

“Not To Disappear” è una conferma, con tutto ciò che il termine porta con sé. Da un lato la negazione di un compiuto discorso evolutivo, dall'altro il suo essere soppiantato da un lento cullare di certezze consolidate. Chi ha approcciato i Daughter per la loro delicata necessità narrativa dovrebbe avere poco di cui lamentarsi. Chi si è lasciato ammaliare una volta dalla commistione di generi, è plausibile possa non cedere nuovamente con la stessa ingenuità al loro fascino. Elena Tonra è in fondo un po' sirena: pare rivolgersi personalmente all'ascoltatore per invitarlo a esercitare le sue migliori doti consolatorie, poi ci ripensa e si convince che l'aiuterebbe di più prendersi un cane. In entrambe le fasi, se ci hai creduto anche un solo momento a fine disco hai le ossa rotte.