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Paper Street intervista gli Alcesti

Il sogno, così come la musica, è un movimento o un’invenzione multiforme dell’anima, che segnala i beni o i mali futuri. Stando così le cose, l’anima preannuncia tutto ciò che accadrà con il trascorrere del tempo, presto o tardi che sia, sempre con una colonna sonora. In Redazione non si riesce a dormire fra lenzuola di carta carbone di Comunicati Stampa, farne una copia e poi raccontarvi che è uno dei sogni più belli che potreste vivere. Vogliamo sognare la realtà. Ed è per questo che oggi, in anteprima, vi presentiamo gli Alcesti.

Chi siete? Da dove venite? Che fate? I vostri documenti con me in possesso mi dicono che siete dei “frèschi”…

Siamo un gruppo di tre ragazzi, Stefano (alla chitarra), Mattia (al basso), Marco (alla batteria), da Treviso. In realtà siamo un gruppo veneto-campano, come ci piace dire, dato che Marco è originario di Nocera Inferiore. Per quanto riguarda le nostre occupazioni non musicali, Marco lavora nel settore della moda come stilista per una marca di cui non faremo il nome, Mattia ha da poco finito gli studi e si sta cimentando con i primi lavori, mentre Stefano sta per laurearsi in Relazioni Internazionali a Venezia. Facciamo anche parte, assieme ad altri ragazzi, del collettivo di promozione musicale “Sisma”, quindi quando non stiamo suonando ci occupiamo di quello.

Allora, come funziona la musica?

Eh, qui ci si sarebbero moltissime cose da dire, ma cercheremo di condensare qualche concetto chiave. Per quella che è la nostra esperienza possiamo confermare che fare musica (indipendente) in Italia, richiede grossi sacrifici e investimenti, con nessuna certezza di ritorni anche solo a livello di soddisfazione personale. Soprattutto all'inizio è molto dura se non hai qualcuno che ti supporta e i contatti giusti, e anche solo trovare qualche data in locali di serie b diventa un'impresa frustrante, però ci sentiamo di dire che per chi ha tenacia e crede davvero in quello che fa (oltre chiaramente ad avere della musica valida), i risultati arrivano.

Il 25 Gennaio vedrà la pubblicazione della vostra prima fatica Nell'Esistente e Nell'Onirico. Si può parlare di concept album?

Urrà! Decisamente si, anche se è un concept che non è nato a priori ma si è mostrato pian piano nella creazione dei pezzi. I testi dell'album sono stati scritti metà da Stefano e metà da Mattia, ognuno autonomamente, ma in qualche modo siamo riusciti a darci un'involontaria coerenza d'intenti. Una volta capita l'alchimia che si era creata, l'abbiamo fatta venire a galla e valorizzata.

La scelta di lyrics in italiano è in controtendenza per il vostro genere musicale se dovessi osservar con onniscienza. Coraggio o flemmatica furbizia?

In realtà è venuto tutto naturale. Da quando facciamo musica originale (parliamo di 6 anni fa, la musica italiana doveva ancora ritornare in auge come lo è ora) abbiamo sempre usato l’italiano. Ci permettiamo di dire che non si tratta né di furbizia né di coraggio, semplicemente scrivendo testi non solo con il fine di farli diventare canzoni ci si accorge che la poetica italiana è ricca e stupenda, e non abbiamo sentito il bisogno di adottare traduzione alcuna. E poi comunque l'italiano riesce ad essere cantabile quanto l'inglese, necessita forse solo un po' più d'impegno nella ricerca delle parole giuste.

Il disco presenta un powerful di chitarre, tratti di testo parlati se non divorati dall'urlarli. Si denota il cibaggio di musica contemporanea. Me ne suggerite molte di somiglianze, ma sorprendetemi: a chi vi siete ispirati?

Premessa: tra di noi, pur avendo gusti musicali affini, ascoltiamo generi abbastanza diversificati, che probabilmente sono confluiti in varia forma nelle canzoni del cd e ci rendono abbastanza ardua la risposta a questa domanda. Se ti dovessimo dire qualche nome in particolare su cui tutti e tre ci troviamo in accordo, a livello italiano gli Aim sono una delle band che ci è rimasta più “dentro”, come anche grupponi come Marlene Kuntz, Afterhours e Verdena. All’estero gruppi come i Sigur Ros e Fever Ray ci hanno dato molto a livello di ispirazione, portandoci ad esplorare nuovi tipi di suoni ed effetti.

Ultima domanda, poi vi lascio ai vaneggi terrestri in cui siamo tutti incastrati: nell'esistente c'è l'onirico? E viceversa?!

Grazie per questa domanda, racchiude davvero tutto ciò che siamo, permettici qualche riga in più per spiegare la metafora.
Crediamo di poter affermare con certezza che non lo sappiamo. Viviamo in una società individualista che crede di conoscere qualsiasi cosa. Noi ne prendiamo atto e nel nostro piccolo ci arrendiamo. Infondo chi lo sa? Smettiamola di credere di sapere, non sappiamo niente, sappiamo solo quello che la nostra gabbia carnale crede di sapere, quello che il nostro corpo vive e vede con certezza. Ma esistono dei misteri a cui nessuno può rispondere, perché ancora non siamo in grado di comprenderli. Cosa c’è dopo la morte? Niente? Il paradiso? Nulla di tutto ciò! Non lo sappiamo, e per fortuna che è cosi! L’essere umano deve arrendersi all’immensità, obliata e sconosciuta. Cos’è la coscienza ad esempio? Realtà o sogno? Direi entrambi. Ho fatto sogni tremendamente reali, l’unica cosa di cui sono certo è che il mio corpo non ha vissuto quell’esperienza, ma l’ha vissuta la mia mente, allora forse dovrebbe essere meno reale? Direi di no. Purtroppo è il nostro corpo che ci lega ad una realtà a cui non abbiamo chiesto di appartenere, ma una volta morti magari saremo liberi di poter sognare senza doverci porre il quesito di sapere se si tratta di esistente od onirico. I nativi americani o le popolazioni indigene prima dell’avvento dei conquistatori erano tremendamente evolute, ma in una dimensione differente, non con la tecnologia (che ci ha fatto credere di essere anni luce superiori a loro) ma con la telepatia, riuscivano a capirsi senza utilizzare alcun significante. Non è magia, quando siamo innamorati riusciamo a cogliere le emozioni del partner senza bisogno di parlarci. Ecco, è come se loro si fossero amati tutti, si conoscevano in maniera superba. Erano una società collettiva! Eppure il progresso si è dichiarato più evoluto di loro distruggendo la loro fetta di conoscenza legata alle loro esperienze. Si tratta davvero di evoluzione la nostra? O la presunzione di sapere tutto ci sta condannando ad un’ignoranza sempre maggiore?