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Paper Street intervista Rodrigo D’Erasmo, Afterhours

Pensare la musica come un lunghissimo filo che si perde nel tempo sembrerebbe un’’ovvietà, una nostalgica banalità, ma non è così. Era il 1972 e c’erano i Velvet Underground, c’’era Lou Reed e c’’era “After Hours”, una canzone dolce, senza pretese, quasi innocua.
Nessuno sentendo quel titolo avrebbe pensato ad altro.
Nessuno ma non lui, Manuel Agnelli che, ispirato da quel nome, pensò di chiamare così la sua band in quella formazione originale e originaria del 1985. Da allora ne sono cambiate di cose: le mode, la musica, il numero degli anni sul calendario, ma una certezza è rimasta e sono loro, gli Afterhours. Vesti nuove, pelle diversa, esperienza in più, ma sempre grintosi e in controtendenza, sempre pronti ad entusiasmare il pubblico.
Doppiamente carico di emozioni è, infatti, Folfiri o Folfox, l’’ultimo regalo del 2016 di Manuel Agnelli, Xabier Iriondo, Roberto Dell’Era, Rodrigo D’’Erasmo, Fabio Rondanini e Stefano Pilia a tutti i fedelissimi e agli appassionati, ma anche e soprattutto ai neofiti in continuo aumento. La curiosità per questa band è quasi un obbligo intellettual-musicale e, così, abbiamo intervistato Rodrigo D’’Erasmo, violinista della band, personalità interessante e dal talento straordinario, che ci ha illuminato un po’ sulla doppia creazione e sulla sua partecipazione alla storico gruppo rock italiano.

Dopo “Padania” del 2012, Folfiri o Folfox è un doppio disco di 18 pezzi. Come mai la decisione di una doppia produzione?

Guarda, eravamo in un momento molto buono dal punto di vista creativo, quindi diciamo che è stata una necessità. Non è stata una cosa pianificata, non è stata una cosa che avevamo messo in conto. Semplicemente nel momento in cui abbiamo sentito l’’urgenza di approcciare ad un nuovo album, da lì a pochi mesi ci siamo resi conti che anche con il nuovo organico c’’era un’’ottima intesa dal punto di vista creativo e stava uscendo talmente tanto materiale che ci sarebbe stata forse la possibilità di arrivare ad un doppio. L’’abbiamo poi deciso effettivamente all’’ultimo secondo, nel senso che avevamo molto più materiale di quello che poi è uscito, quindi, avremmo potuto fare un triplo! Però, chiaramente le canzoni si scelgono un po’’ tra di loro, quando cominci a dare una forma un po’’ più definita al concept se vuoi che esca, che sia a fuoco in un nuovo lavoro e queste 18 canzoni erano quelle che indubbiamente non potevano stare fuori e non ci piaceva l’’idea di fare un album troppo… insomma, un unico disco un pochino troppo lungo e un pochino troppo pesante a livello di fruizione e, quindi, l’’idea di dividerlo è stata anche per rendere tutto un po’ più snello e fruibile da un punto di vista dell’’ascoltatore. Sono un po’’ due dischi come si facevano negli anni ’70’, due album da 30/32 minuti. La formula ci piaceva molto.

Il titolo in sé riprende due trattamenti chemioterapici, invece sotto il profilo del suono che scelta avete operato rispetto al passato?

Mah, non ci poniamo mai un punto prima di iniziare a registrare di come debba suonare un album. Chiaramente ognuno di noi, ognuno dei musicisti che compongono questa band, ha una propria formazione, un proprio stile e delle proprie influenze che poi sono fluite nello stile che ognuno di noi ha creato e formato dopo tanti anni di carriera. Mettere insieme queste energie è più che altro un lavoro di visione. Questa visione c’’è e Manuel a quasi trent’’anni di carriera continua ad averla molto lucida e molto chiara ed è fondamentale quindi il suo apporto, la sua guida da un punto di vista della produzione del suono e della scelta sonora, perché è molto lucido nel capire qual è il potenziale. Come ti dicevo, ci sono due nuovi elementi nella band e questo inevitabilmente sposta un po’’ gli equilibri da un punto di vista sonoro e quello che abbiamo tentato di fare è valorizzare il più possibile i due nuovi, così come noi quattro anziani – che siamo da più tempo nella band – mantenendo molto chiare e molto distinte le personalità di ognuno. Però, chiaramente, il tutto deve essere sempre in funzione della canzone, quindi, a livello sonoro abbiamo tentato di spingerci come facciamo sempre ancora più in là se possibile, di alzare questa asticella della cui altezza non ci accontentiamo mai e cerchiamo sempre di spingerci oltre. Crediamo alla fine di essere riusciti a farlo comunque un disco che per alcuni suona un po’’ ostico, un po’’ difficile. Però per me la difficoltà, di solito in termini artistici, è vicina al coraggio e il coraggio è una caratteristica senza la quale… insomma il coraggio è anche la voglia di metterti in discussione, di metterti in difficoltà da solo, un po’’ la caratteristica di questa band da sempre in tutta la storia in tutto il suo corso e credo che non debba mai mancare ecco questa componente in fase creativa e in fase di scelta sonora di un album.

Una spinta a fare sempre meglio e per voi è un risultato più che mai eccellente.

Grazie!

L’’album è uscito il 10 maggio, ma è stato preceduto dai singoli “Il mio popolo si fa” e “Non voglio ritrovare il tuo nome”. Cosa esprimono e cosa ti senti di dire a riguardo di questi due brani?

Allora abbiamo scelto il primo singolo – che poi singolo non è – perché “Il mio popolo si fa” forse potrebbe essere un singolo in un popolo anglosassone, ma non credo nemmeno in Inghilterra… Perché per la radiofonia italiana è un pezzo completamente inaccessibile, un pezzo assolutamente non digeribile. L’’abbiamo scelto perché da un punto di vista sonoro, tornando a ciò che si diceva prima, rappresentava un po’’ la summa di quello che era il potenziale di quest’’album, cioè l’aspetto filo operativo, l’’aspetto più rock, anche, se vuoi più tradizionale della storia degli After. I suoni di chitarra, che sono comunque un mix di elettroacustico ma molto spinto che è stata un’altra novità nell’’uso degli strumenti di questo disco, un drumming completamente diverso dal passato perché c’’è un batterista diverso… insomma volevamo che il primo brano fosse molto identificativo anche da questo punto di vista e quindi in realtà non è un pezzo manifesto dell’’album perché il testo, se vogliamo, è uno di quelli più distanti dal tema o dai temi fondamentali di questo disco, anche se poi ne affronta altri che sono sviscerati nel corso dell’’album. Però ci serviva quel brano come apripista.
Il secondo singolo è invece proprio il primo singolo, quello radiofonico, ed è un brano che nel momento stesso in cui Manuel ce l’’ha portato, e abbiamo iniziato a lavorarci e abbiamo iniziato a pensare a come arrangiarlo, abbiamo già capito che aveva un potenziale pazzesco dal punto di vista della scrittura. Credo che sia una delle migliori canzoni, se non la migliore canzone, che Manuel scrive da molto tempo a questa parte. Sono particolarmente legato e credo che sia un pezzo destinato ad entrare almeno nel cuore dei nostri fan e in quota dei classici che rimangono per sempre.

Qual è il filo rosso dal punto di vista musicale di questa vostra doppia creazione?

Ce ne sono vari, secondo me. Non ce n’’è uno solo. È un disco abbastanza sfaccettato dal punto di vista sonoro e ci siamo lasciati andare e ci siamo fatti portare per mano dalle varie intuizioni che ci venivano e anche dalle caratteristiche dei brani stessi. Per cui non ci siamo all’inizio dati uno schema o un fil rouge da seguire, unico. Chiaramente poi è stato più difficile avere un disco molto schizofrenico a livello sonoro e compattare il tutto e far sì che le cose non suonassero troppo distanti tra di loro, in quel senso penso che certi suoni di chitarra e queste chitarre acustiche distorte probabilmente sono la cosa più ricorrente nell’’album e si cuce un po’a tutto.

Una domanda più personale su di te, sei entrato nella band nel 2008: che impatto pensi di aver dato a questo gruppo e come ti sei inserito nel progetto generale Afterhours?

Non sei la prima a farmi questa domanda e sono sempre in imbarazzo perché è difficile parlare di se stessi, soprattutto tirare un bilancio dell’’apporto che si dà ad un gruppo che ha una storia così grande e che ce l’’ha avuta anche prima che entrassi, ovviamente. Credo, ma questo perché è il mio modo di entrare nelle cose e nella mia vita e nella musica, di aver dato sicuramente tutto me stesso. Ecco, non riesco a dare meno del cento e passa per cento quando aderisco ad un progetto e quando credo molto in quel progetto e mi ci identifico e così è successo con gli Afterhours mi sento molto… mi sento di aver trovato una famiglia artistica e non solo, però, parlando prevalentemente di musica ho trovato più casa dopo una ricerca di tanti generi che non è ancora finita perché non mi piace fermarmi. Però negli After, nella musica degli After, nella cifra stilistica degli Afterhours e di Manuel Agnelli come autore, e appunto come persona, che ha una visione o più visioni musicali molto lucide e molto vicine alle mie, ho trovato proprio una dimensione che mi si confà molto. Dopodiché per quanto riguarda l’’apporto, sono entrato – come è mia abitudine – non in punta di piedi, non son capace di farlo… e credo che sia il modo migliore per avere a che fare con una persona come Manuel che vive di tanti contrasti e che ha un carisma enorme, per cui ha bisogno di essere rivisto da quel punto di vista e da persone che sentono di averlo e non se ne vergognano in un paese in cui si è spesso falsamente modesti. Io lo sono davvero. E sono una persona inquieta e insicura, però dall’’altra so cosa valgo e quando è per un progetto, perché sono stato scelto, per quel progetto cerco di prendermi lo spazio che mi viene concesso. Questo penso sia accaduto negli anni. Credo con questo mio 100% di aver portato sicuramente energia, idee, quant’’altro a questa band, non che ne avesse bisogno prima ma c’’è sempre bisogno di novità. Lo vediamo anche adesso con i due nuovi arrivati, comunque avere due persone nuove, avere due frecce nuove all’’arco, soprattutto talentuose come Fabio Rondanini e Stefano Pilia, è sempre una ricchezza in più e credo che la forza di questa band, il motivo per cui ancora è così vitale dopo quasi 30 anni di carriera, sta anche nel fatto di aver subito tante trasformazioni e al tempo stesso di aver trasmesso nuove energie, nuove che sono arrivate anche nel nuovo progetto dando in carico il loro know how, la loro forza e il loro talento.

La migliore risposta che potevamo avere.

Menomale!

Violinista di una band rock, quasi un contrasto, un ossimoro. Un ruolo particolare, quindi. Qual è il percorso che ti ha preceduto dal punto di vista musicale?

È un percorso classico, come molti violinisti, molti strumentisti ad arco, perché gli autodidatti del nostro ambiente sono veramente pochi per cui è difficile imparare da soli. Ho fatto tutto il percorso, mi sono diplomato e poi ho cominciato una mia personale ricerca da un punto di vista sia di genere che di suono che mi ha portato ad approdare in tanti generi diversi. Ho sondato molto aspetti del folk, che ancora mi affascinano, ancora mi interessano; tante musiche popolari diverse italiane e non, dalla pizzica all’’irish music, al jazz, al blues, che è una mia grande passione che rimane. Mi interessa molto classica elettronica anche se per ora non ho avuto moltissima occasione di migliorarmi con lo strumento e altri ambiti che siano più vicini all’’elettronica … ma è una cosa che mi piace fare e forse farò. Tutto questo fino ad approdare al rock, che non era assolutamente tra i miei ascolti, non era tra le mie priorità dal punto di vista sonoro e dal punto dello sbocco del mio strumento e, invece, lo è diventato. Diciamo che un mentore, una persona che mi ha influenzato, dopo aver visto il quale mi sono sbloccato e ho capito “vorrei provare e sperimentare da quella parte lì” è sicuramente Warren Ellis che collabora con Nick Cave da tantissimo tempo e che dopo aver visto la sua band che si chiama Dirty Three tanti anni fa in concerto a Roma, sono rimasto folgorato e da lì ho capito molto di quello che desideravo, di quello che volevo sperimentare e ho iniziato il percorso che mi ha portato fino ad oggi.

Al di là delle solite domande che vi verranno fatte per la partecipazione di Manuel ad X Factor di quest’anno, qual è il tuo giudizio sulla musica di oggi?

Sulla musica di oggi… allora sono e rimango una persona molto curiosa per cui ascolto tanto e spero sempre di essere stupito cosa – e devo dire che questa è una componente che invece negli ultimi tempi mi sta mancando un pochino. In ogni momento dal punto di vista estetico, strumentale c’’è stata un’’evoluzione enorme per i mezzi. C’’è gente che suona molto bene, che produce bene, le cose suonano interessanti già dai primi album. Ma faccio un po’ di fatica a rimanere molto spiazzato e sorpreso da qualcosa di nuovo che ascolto. Mi succede molto spesso ed è una cosa che mi sta mancando ancora di più se rimaniamo limitati alla musica del nostro paese che trovo, appunto, esteticamente molto ben fatta, ben confezionata ma manca un po’ di pancia sotto un certo aspetto, quindi un po’ di urgenza di un certo tipo. E poi la voglia di essere unici, voglia di essere speciali. Noto una serie di macrofamiglie in cui si possono inserire le cose. Ecco, mi sembra che chi esce, chi produca qualcosa adesso tenda ad inserirsi perché sia subito identificabile o incasellabile nelle proprie etichette e invece manca un po’ di brighthness che secondo me è fondamentale. Avere a che fare con bricks musicali, in senso anche metaforico, gente che non ha paura di essere eccessiva, di essere sbagliata, grottesca perché ha la necessità e l’’urgenza di dire qualcosa e di dirlo in quel modo lì. Questo mi capita sempre più rado ed è una cosa che cerco, anzi trovo tanto nel passato.

Qual è il giudizio tuo e del gruppo sulle web radio, radio virtuali, quasi radio del terzo millennio?

È stato un passaggio inevitabile e, quindi, che è un bene che ci siano assolutamente. È un veicolo, gli strumenti canonici, tradizionali sono ormai quasi desueti almeno per le nuove generazioni. È un modo di far vivere il mezzo e di far vivere la professionalità che io adoro, che è quella del compagno di viaggio in qualche maniera, quello che tramite le frequenze, l’’idea del net, il contenitore nel quale far passare tante proposte tante suggerimenti. Secondo me è una ricchezza, è una cosa molto preziosa che va preservata e il fatto che si possa fare tramite il net , per non far morire questa formula, lo trovo semplicemente un’opportunità.

Quali canzoni vorresti ascoltare, aprendo la radio, se dovessi indicarne anche due?

Allora… c’’è un disco che sto adorando in questo periodo e sentirei volentieri un brano, Love and Hate di Michael Kiwanuka come primo brano. Lui è mezzo nigeriano, mezzo inglese che consiglio perché è veramente un talento enorme. Non è un disco innovativo, ma è un disco pieno di riferimenti tutti altissimi, Morricone, r&b, soul, folk ma c’’è una persona con evidente talento, afflato, un’evidente ispirazione, necessità di dire delle cose, un grande gusto per l’arrangiamento e i brani sono molto molto belli.
Poi per andare da tutt’’altra parte, sentirei Hurt nella versione dei Nine Inch Nails.

E il vostro tour?

È un tour molto bello, che ci stiamo godendo tanto e abbiamo tanta voglia di suonare. “Folfiri o Folfox” è stato il 2 settembre ad Isernia, il 3 a Porto Torres, il 10 siamo stati a Milano per una data speciale per l’’anniversario per i 40 anni di Radio Popopolare, che, a proposito di radio, è una radio cruciale e fondamentale. Lo è stata tanti anni a Milano perché ha sede a Milano e a Milano hanno sempre organizzato tante cose, ma non solo perché è un network, è una radio libera e importante e abbiamo festeggiato il compleanno insieme a Daniele Sivestri con il concerto doppio al Carroponte; il 17 poi a Bologna e il 18 c’è stato un evento speciale che non faceva parte del tour al Forte Prenestino di Roma. Abbiamo scelto il centro sociale storico, uno spazio storico a Roma, e abbiamo organizzato un evento insieme agli Zu per continuare a tenere l’’attenzione accesa e i riflettori puntati sulla questione degli spazi occupati che soprattutto a Roma con le ultime disgraziate amministrazioni è sotto scacco da un bel po’’ e viene continuamente minata e va invece protetta perché gli spazi occupati o liberati, che io condivido, sono degli spazi ormai abbandonati e invece recuperati e ridonati alla comunità senza fondamentalmente scopo di lucro se non il guadagno delle risorse che servono a mantenerli questi spazi e, invece, con l’’apertura e l’’offerta di una cultura alternativa, o solo semplicemente di una cultura, di posti di aggregazione dove si può creare cultura dove la si può far crescere e diventano poi piattaforme alla quale diffonderla questa cultura. Sono spazi importantissimi e bisogna parlarne quando vengono messi in discussione e quando si cerca di sgomberarli, di soffocarli, perché se ci vengono a mancare questi polmoni verdi – culturalmente parlando – all’’interno delle città diventa veramente complicato.