dente giuseppe peveri hig res

Canzoni per metà – Dente

«I’m writing a song all about you.
A true song as real as my tears.
But you’ve no need to fear it
Cause no one will hear it.
Sad songs and waltzes aren’t selling this year.
I’ll tell all about how you cheated.
I’d like for the whole world to hear.
I’d like to get even
With you cause you’re leavin’.
But sad songs and waltzes aren’t selling this year»
[Willie Nelson, Sad Songs and Waltzes]

Canzoni per metà è un album dove Dente cambia tutto, o forse no. Il cantautore di Fidenza, dopo l’’ottima successo di Almanacco del giorno prima, esce con un album autoprodotto (dall’’etichetta Pastiglie) in cui sostanzialmente abbandona i ritmi languidi e dichiaratamente inni del disco precedente, per realizzare ben venti canzoni senza, praticamente, un ritornello e per di più lo fa “tutto da solo”, ovvero cantando, suonando e musicando ogni strumento presente qui presente.

E questa voglia di essere onnipresente è particolarmente evidente in due pezzi, ovvero il secondo, Geometria sentimentale e il quinto, Cosa devo fare (scelto tra l’’altro come secondo singolo di lancio dell’’LP). Le due canzoni si presentano come “uguali ma diverse”: infatti entrambe sono caratterizzate da un andamento quasi dondolante ma se una, Geometria sentimentale, presenta degli intarsi d’’elettronica vintage di grande gusto, la seconda, Cosa devo fare, ha più di una carenza dal punto di vista ritmico, dove si sente tutta la mancanza de “La Spina”, la storica band che accompagnava Dente nei live (e in numerosi suoi album) fin dal lontano 1997.

Nonostante quindi una certa latitanza del fattore ritmo, Canzoni per metà è pieno di pezzi belli da ascoltare e da riascoltare, come Noi e il mattino, il diciottesimo pezzo, che inizia con una delle frasi tipiche e fulminanti del cantautore di “«L’’amore non è bello”: “La mia generazione non esiste / è solo un’invenzione”». Ritorna il tema, caro, carissimo a Dente della luna in tutte le sue sfaccettature (nel brano Frasi lunatiche”), aleggia una vaga aria di “incompiutezza lasciata ad arte” (tutto contrario dell’’horror vacui che coglie molta, troppa musica, specie italiana) ma, forse, la traccia più identitaria di quest’’album è la diciannovesima, ovvero L’’amore non è bello”: ironia, rime baciate, nonsense e quell’’atmosfera unica, a metà strada tra una favola per bambini e una storia triste, di Dente. Con tanti cari saluti ai ritmi del Battisti anni Settanta e, per una volta almeno, ai ritornelli.