Timothée Régnier, chanteur de Rover.

Paper Street intervista Rover

Rover, alias Timothée Regnier, è uno dei più eterodossi (ma si potrebbe anche dire cangianti) cantautori della sua generazione. Dopo un primo, omonimo album, in cui le acrobatiche evoluzioni della sua voce hanno destato la curiosità di un pubblico sempre crescente, il nuovo album, Let it Glow, ha sfoderato una prova molto convincente, autentica, un puro viaggio rock&roll per voce e chitarra. In Italia per due concerti, domani martedì 9 febbraio al Biko di Milano, mercoledì 10 a Roma al Monk ed infine giovedì 11 febbraio all’Hiroshima Mon Amour (tutti organizzati da Comcerto) lo abbiamo raggiunto telefonicamente per due battute non solo sulla sua musica ma anche sulla sua vita, definita, dallo stesso cantante franco-americano, “a big trip, a really big trip”. Pronti per partire?

Quanto credi sia importante per un'artista/cantante costruirsi un personaggio, come un personaggio letterario? Te lo chiedo perché da molte recensioni, soprattutto del tuo primo album, s'insisteva molto su questa dimensione da “poeta maledetta” che, alcuni, hanno definito un po' costruito.

Certo è importante ma credo che la tua definizione possa andare bene, in un certo qual modo, per il primo album. In realtà la cosa più importante per questo mio secondo lavoro è stata la musica, cercare di scrivere la canzone giusta, il resto è passato in secondo piano. Per questo motivo ho avuto un approccio più immediato, entrando più in confidenza anche con me stesso. Certo le aspettative, rispetto ad un esordio, erano enormemente aumentate, però anche io, crescendo, mi sono fatto le ossa e ho potuto approcciarmi in modo più consapevole. Anche il titolo stesso, “Let it Glow”, è proprio un invito a lasciarsi trascinare dal flow della musica, senza troppo pensarci, senza astrazioni, senza costrutti ulteriori.

Quindi, quasi come in un paradosso, in un album quello che conta è la musica, il resto è, come si dice, white noise!

Esatto, esatto, puoi dirlo forte. Uno può costruirsi il personaggio più cool dell'universo ma se non ha lo straccio di una canzone beh, fa poca strada.

Sei cresciuto a New York insieme con alcuni membri degli Strokes, hai avuto esperienze come punk-rocker in una band di successo in Medio Oriente, ora sei un cantante affermato a livello internazionale: ma se dovessi guardarti alle spalle, quale sarebbe la tappa più importante di questo viaggio?

Wow, è da un sacco di tempo che non mi guardo le spalle! (risate, ndr). Credo, in tutta sincerità, che ogni tappa sia importante per quello che sono io oggi. Aver conosciuto realtà differenti, aver imparato la lingua in America, aver vissuto e suonato a Beirut e poi aver composto degli album mi hanno reso la persona che sono. E la persona che sono è data da tutte queste esperienze. Sì, credo proprio che sia stato un bel viaggetto, un vero bel viaggetto la mia vita fin qui!

Negli ultimi tempi, quali sono gli artisti, anche del passato, che hai ascoltato di più?

Ascolto spesso l’ultimo album dei Metronomy, una band inglese che trovo fantastica. E poi, quasi naturalmente, David Bowie: lui è stato praticamente tutto per buona parte di questo come dello scorso secolo.

Siamo tutti figli di Bowie quindi, in un certo senso?

Chiunque crei e abbia solo l'ambizione di essere un artista lo è. Quindi sì, puoi ben dirlo: siamo tutti quanti figli di Bowie!

Nonostante le molte definizioni, ti farebbe piacere se “Let it Glow” venisse indicato, semplicemente, come un album pop?

Io credo che questo sia un album di rock&roll, un album onesto e genuino. Ecco è proprio questo che vorrei che la gente percepisse: l'onestà e l'autenticità che ho speso per realizzarlo. Un album onesto al cento per cento.

Sembra quasi un concetto, a livello, diciamo così, filosofico, da soul music. Cioè mi rendo conto tu non faccia soul music però la tua filosofia si avvicina molto…

(risate, ndr) …Giuro: non ci avevo mai pensato! Ma diavolo, mi piace: senza saperlo ho fatto un album di soul filosofico. Meraviglioso! (ancora risate, ndr).