Afterhours

Metti un martedì gli Afterhours in un Teatro…

Ognuno c'ha le sue dipendenze. E tu non fai eccezione.
Una delle tue dipendenze, immediatamente successiva alla nicotina e ai carboidrati, sono gli Afterhours.
Vale a dire che tu, almeno un paio di volte all'anno, devi vederli dal vivo. Non che ti piacciano più come un tempo, sia chiaro. E, certo, non si può dire che tu abbia 19 anni e che vada ai concerti con tanto di canotta nera modello strizza-tette con su scritto “La chiave della felicità è la disobbedienza in sé a quello che non c’è”, impresso di tuo pugno sulla fibra sintetica con l'uniposca argentata (ammettiamo però, in compenso, che hai avuto un passato torbido ed oscuro da groupie…).
Ecco, pur non essendo decisamente più in quella fase, tu comunque con una ciclicità di ogni 6 mesi, c’hai da andarli a vedere. Hai perso il conto dei concerti cui hai assistito. Vediamo un po’.

16 anni, Heineken Jammin’ Festival, giugno, caldo boia, Imola – perché diciamolo che il vero Heineken Jammin Festival era quello di Imola, che non si capisce perché ora se lo siano portati in Veneto (fonti vicine alle istituzioni ipotizzano lo zampino della Lega Nord che ha imbastito una chirurgica “strategia della tensione” a base di frikkettoni, negri, terroni e drogati). Siete lì: tu, Pepo e la Raf, adolescenti e brufolosi, dalle 10 del mattino ad aspettare i Red Hot Chili Peppers, che è il periodo di Californication e i Red Hot spaccano alquanto. Tu hai Blood Sugar Sex Magik originale e vorresti sposare Anthony Kiedis. Sei una 16enne bianchiccia che ha appena concluso il suo terzo anno di liceo con una dignitosa media dell'8.1. In testa hai una bandana, indossi degli occhiali da sole fucsia vintage (anche se non sai che si chiamano “vintage”) e sei ovviamente vestita di nero smagrente con 35° all’ombra, perché sentirsi un soufflè è sempre un piacere. Gli Afterhours suonano, ma tu sei troppo impegnata a fare scorta di energia per i tamarri californiani. Sei svaccata a terra e non ti alzi nemmeno un secondo, mentre gli Afterhours cantano di avere milze nel cervello. Neno qualche volta te li ha nominati, gli Afterhours. Il tuo compagno di classe bassista, musicista, scrittore, imitatore professionale di Troisi. Ma tu ancora non li conosci.

19 anni, 1° maggio, piazza San Giovanni, clima mite, folla titanica, tu, Pepo, la Fra e tutti gli amici liguri. Verso la fine del concerto, Manuel e company sul palco. Ed è stato lì che hai iniziato a pensarci, che forse potevi effettivamente innamorarti perdutamente di quel personaggio strategicamente erotico-decadente.

20 anni, marzo, Estragon, Bologna. Primo vero concerto. Sei completamente in fissa. Definitivamente andata. Dall'estate precedente hai iniziato ad ascoltarli, a partire da Siam tre piccoli porcellin, hai letto Il Meraviglioso Tubetto, hai trascinato tutte le tue amiche dell'università e il fedelissimo Pepo (venuto in esclusiva da Firenze) al concerto. E’ il tour di Ballads for Little Ienas (si scriverà mai così ienas??) ma, ovviamente, ti piacciono gli album più vecchi, dato che hai provveduto a procurarti tutta la discografia. La gente fischia, canta in italiano sulle canzoni in inglese, Manuel si infastidisce e tu lo ami ulteriormente. Sei completamente, ma completamente andata. Alla fine del concerto parli con tutti, ma proprio tutti, i componenti del gruppo. Per chiedere nulla tranne “Fai uscire Manuel?” (sarà mica possibile darsi delle sberle retroattive? Tipo se ti schiaffeggiassi adesso, esisterebbe qualche possibilità di colpire la te stessa di allora?). In conclusione ti fai autografare il biglietto e ci scambi due parole. Un “cos’è?” molto simile a quello di “Germi” si deposita direttamente dalla bocca dell'artista brutto e dannato nel tuo padiglione auricolare, causandoti spasmi di piacere per l’epidermide intera.

E di lì, la peregrinazione è proseguita per: Firenze, Conversano, ancora Bologna (aggratisse, grazie all’intraprendenza del tuo ex che, a fronte del sold-out riuscì a farsi mettere in lista da Prette), Ceglie, Gallipoli e Milano. Non che tu sia una decerebrata totale, semplicemente sono sempre intriganti da vedere, non stancano, cambiano, sorpendono.

L’ultimo tete-a-tete di centinaia di persone, martedì 16 marzo.
38,50 €, che proprio pochi non sono. Però pensi che, a volte, per legittimare la tua esistenza a Milano, sia opportuno investire i propri non-soldi in qualcosa di appagante.
Veniamo a noi.

Gli Afterhours a teatro: una fruizione del tutto nuova, una reale scrematura del pubblico, uno spettacolo dedicato a chi davvero li ama e davvero li conosce. Il pubblico è assortito e l’età media ti risulta più alta di quella che ultimamente ti capitava di incontrare. Che ormai la tua maturazione di teen-ager-infoiata era giunta a tal punto che quando cantava Quello che non c’è tacevi e lo ascoltavi, immaginando che cantasse per te, mentre orde di ragazzine emo si agitavano e urlavano, danneggiando il tuo personale ascolto. Che tu hai sempre questa sensazione, che quando Manuel canta Quello che non c’è la stia cantando precisamente a te.

– Anche se non ho le ali: inizia tutto così. Manuel arriva sul palco, vestito total black, scelta che trovi perfettamente condivisibile. Capello lungo. Sempre più lungo. Trovi che diventi sempre più brutto, con quei capelli sempre più lunghi. Insieme a lui Xabier Iriondo che, inizialmente stenti a riconoscere. Hai sempre pensato che Xabier fosse un figo da paura. Però è basso. È basso assai. Ma è pur sempre Xabier. Manuel legge “Anche se non ho le ali”, accompagnato dai suoni del sintetizzatore di Iriondo e, fin qui, è ciò che t’aspettavi, fin troppo, nel senso che è un testo che conosci già e francamente desidereresti qualcosa di nuovo.
– Tarantella all’inazione: scelta di dubbio gusto. A te, questa canzone, non piace, come non ti piace l'ultimo album, che puoi farci, niente di male contro l’ultimo album, solo che non c’è nemmeno un pezzo che ti stupri l’anima e sì, i-gruppi-cambiano-si-evolvono-bla-bla-bla, ma tu sei libera di scegliere cosa preferire. Inizi a temere d’esserti frecata 40 preziosi quattrini per ascoltare qualche polpettata compiacente e di facile comprensione.
– Con Tutto fa un po’ male la situazione si ristabilizza. Tiri un sospiro di sollievo. Ritrovi alcune di quelle frasi che ti hanno colpita anni fa (tradirsi con rispetto, perché vivere è reale, ma vivere così non somiglia a morire? – hai voglia di rinascere o è solo che non sai come finire?)
– Musicista Contabile: capisci che lo spirito della serata è speciale. Scende un telo davanti al palco e durante tutta l’esecuzione si guardano soltanto le sagome dei musicisti, strategicamente illuminati a tempo. E la musica, le distorsioni, l’audacia di una voce che non ha più un cazzo da dimostrare, riempie la sala. Ascoltare senza vedere, concentrarsi sulla musica e sulle parole, piuttosto che sull’immagine, mentre le ombre platoniche dei veri Afterhours, deformate e ingigantite, si disegnano sul telo.
– Posso avere il tuo deserto?: sei felice. Li guardi e li vedi. E allora tutto ti è improvvisamente più chiaro. Questo è un concerto serio. E l’ora e mezza successiva non farà che dimostrartelo.

Di seguito:
– Simbiosi
– Senza Finestra
– 1996
– Ballata per la mia piccola iena (e vabbè…una strizzata d’occhio a un fan infoiato dell’ultima ora andava pur fatta)
– Oceano di gomma
– E’ solo febbre
– Punto G
– Pelle
– Varanasi Baby
– Ritorno a casa
– Il paese è reale

Che dire? Sono loro e sono protagonisti. Si avvalgono dell'accompagnamento di violini, basso e flauto. La scaletta non è pensata per compiacere un pubblico standard. La sensazione che provi, fortissima, è che stiano suonando per chi merita di sentirli. Per questo osano, riesumando pezzi insospettabili, come Punto G, perché sanno che la platea ha orecchie per intendere (altrimenti non avrebbe speso 40€).

Il pubblico tace per lo più e finalmente Manuel può sentire la sua voce. E anche noi, a differenza degli altri concerti. Non muoversi è strano. È vero. Per quanto scelgano dei pezzi più psichedelici e meno pogherecci del solito, l’istinto di muoversi c’è, ma si è imprigionati nelle poltrone, anche piuttosto scomode, del Teatro Smeraldo. Quando scelgono pezzi più sputtanati, come si dice all’Accademia della Crusca, e la gente inizia a cantare, Manuel adotta sapientemente l’insopportabile metodo brevettato da De Gregori (che da De Gregori ti fa incazzare perché da De Gregori pretendi che ti faccia cantare quella cazzo di Rimmel per come la conosci, con le stesse note e gli stessi tempi che ascoltavi a 5 anni, quando tuo padre metteva la cassetta nell’autoradio mentre viaggiavate per andare a trovare i nonni materni in Abruzzo). Quando il pubblico inizia a cantare, Manuel cambia il ritmo del cantato. Non vuole fan. Vuole un pubblico. E quasi tutti i presenti rispettano questo suo desiderio.