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Riflessioni post San Remo

E anche quest’anno, Sanremo ce l’ha fatta. Nonostante le polemiche, nonostante le contraddizioni, più forte di tutto e tutti, anche quest’anno il Sanremo più mediocre dei Sanremo mediocri è riuscito a tenere milioni di telespettatori incollati davanti allo schermo, in trepidante attesa di capire se la favola italica del Principe Emanuele Filiberto avrebbe avuto il suo lieto (?) fine, con la sua definitiva trasformazione da erede anatroccolo al trono a cigno-usignolo re dell’italica canzone.

Per fortuna della musica, il nostro prode non ce l’ha fatta, nonostante un televoto che lascia adito a più di un dubbio. Così vince ancora una volta la premiata ditta Costanzo-De Filippi (l’anno scorso ospite lei, e vince Marco Carta; quest’anno ospite lui, e vince Valerio Scanu. Chissà l’anno prossimo. Come mi piacciono gli esiti imprevedibili) e alla fine tarallucci e vino, anzi scusate, tutti Amici come prima (chiedo scusa a Paola e Chiara).

Tutto iniziò con una kermesse che quest’anno se la filavano proprio in pochi, scossa da un’intervista-choc (?) dell’artista Morgan, in cui si parlava di cocaina. Davvero troppo, per una Rai parlamentare come non mai: fuori il reprobo e via. Pubblicità all’evento inclusa nel prezzo. Passata la bufera, purificata la pecorella cattiva in una cerimonia struggente presso la Chiesa di Porta a Porta si è potuto finalmente iniziare, con Antonellona (vestita come peggio non si può) a condannare “quelli come Morgan” (?), a introdurre protagonisti della musica italiana come Lippi e Cassano e a dirigere il traffico fino all’ultima sera (da ricordare il suo “La dò”, riferito alla pubblicità da annunciare: gaffe cercata?), fra ripescaggi semi-incomprensibili e l’epilogo finale, con l’Orchestra a strappare gli spartiti e lanciarli in direzione di chi aveva permesso al Trio del Principe di arrivare sin lì. Polemiche, insulti, discussioni: in una parola, ascolti. Bene o male, purché se ne parli.

Insomma, ne emerge un quadro in cui a dominare è stato lo show. E non la musica. C’era la musica, la bella musica? Ebbene nonostante tutto, seppure ben nascosta qua e là fra le pieghe della emozionante (?) narrazione appena descritta, c’era. Ovviamente, così come la formazione della nazionale di calcio, ogni gusto è quello giusto, quindi ecco le mie preferenze. Fra i big a mio avviso spicca la qualità di Malika Ayane, vincitrice morale della manifestazione, con quella che è probabilmente la miglior canzone di questo cinquantesimo Festival. Poi, nel mio ideale podio, metto Irene Grandi con la canzone dei Baustelle “La Cometa di Halley”, che conferma ancora una volta la bontà del songwriting della band di Bianconi e soci. Terzo, come al Festival, Marco Mengoni e la sua stupenda voce che però, a parere di chi scrive, potrebbe essere sfruttata decisamente meglio, attraverso canzoni che ne esaltino l’ambiguità vocale, come accade, per fare un esempio britannico, con lo straordinario Mika. La novità più succulenta appare però La Fame Di Camilla, gruppo indie italiano di indubbie qualità, giovane fresco e intraprendente. Se son rose, fioriranno.