Afterhours-HPDB

Pelle – Afterhours

Estraniante, come quel senso di apatia quando finisce qualcosa che si credeva poter perdurare. Così, sfregarsi la pelle è l’unico modo per provare a se stessi di essere ancora in vita. Gli odori là fuori sono troppo intensi, la polvere comincia ad appiattire ogni azione, nulla conta.

Il ribrezzo colpisce lo stomaco arrivando fino alla testa, invadendola: è un’infezione difficile da vincere. In mezzo alla folla camminare diventa pesante, le riflessioni sono come macigni da trascinare, gli occhi sono stanchi di ricercare gli stessi volti, quelli che non ci sono più. Immersi nel vuoto, la calura avvolge i corpi dei viandanti, il sudore che scorre piano lungo il collo arriva alla schiena. Un fremito attraversa la spina dorsale, una morsa alle viscere, sembra un miraggio. Una volta su cento capita di incontrarlo. Non sembra reale. Un vortice di ricordi assorbe ogni pensiero. Quella schiacciante sensazione causata dal diaframma scaraventa ogni cosa a terra. Il terrore graffia e riempie di lividi ogni settore del cervello. Urla, sospiri, voci lontane sempre più concitate: pare di impazzire. Le note si sono solo momentaneamente assopite.

La melodia ricomincia in punta di piedi e sfocia nel suono metallico dettato dal materiale del rullante della batteria. Attack, decay, sustain, release e l’ipocrisia che tutto sia finito. E’ solo l’inizio. Gli occhi umidi, una tempesta di emozioni e lo schianto improvviso sull’asfalto. Fa male, la pelle è lacerata in più punti, rigoli di sangue macchiano i jeans strappati. Rialzarsi non è per nulla facile. La testa grava sul corpo e la vista è annebbiata. Le lacrime sono incastrate, non ne vogliono sapere di bagnare le gote. Non c’è forza neppure per quello. Rimane soltanto una fitta alla cassa toracica, la frustrazione di quella caduta. Le ginocchia tagliate, il disgusto che viene alla vista del sangue e ancora un capogiro. L’aria è mefitica, nubi di idrocarburi avviluppano uomini e donne indistintamente come bachi da seta. La città brucia di solitudine ogni essere vivente. La paranoia è incurabile se non con una distrazione fissa. La soluzione è ritornare ad annusare la fragranza di quella pelle. Abbassare la radio ed ascoltare nuove frequenze. Abbassare le nuove frequenze ed impaginare reminiscenze. «È facile sai averti se chiudo i miei begli occhietti spenti», dopo venti secondi di suspence Manuel Agnelli impugna il microfono e con la voce che spara schegge intona un pezzo che s’impossessa di ogni pulsazione. In preda al panico, lontano anni luce, la via di casa non è più la stessa, la casa non è più la stessa, ma quella strada è conosciuta, ha ancora l’aroma di un’umida notte di maggio. Ora è un deserto di nostalgie, è un nuovo continente, il gusto è distillato in gocce di vino bianco.

Non c’è razionalità nella ricerca di quel sapore d’infanzia, di quel profumo d’amaretto, inebriante, da respirare a pieni polmoni. Le dita appoggiate sulle ginocchia fanno ancora male, ma i baci gravitano i pensieri alla larga dal dolore. Gli sfregi sul viso diventano invisibili in un miscuglio di deliziosi effluvi di piacere. Quando albeggia rimangono solo più le insegne al neon e le quattro frecce inserite della macchina a rischiarare l’aria. L’odore acre delle ferite non è che un vago ricordo, la cenere sui finestrini e il “fumo blu” nella vettura lo hanno spazzato via. «E cerco su di me la tua pelle che non c’è, poi ti entro, in fondo dentro, lo sai soltanto per capire chi sei», il tono della voce si alza, gli arpeggi della chitarra sono sempre più energici, così come lo sono le carezze e i sospiri. «Chi sei? Chi sei?» Mi sembra di conoscerti da sempre. È naturale tu sia qui di fronte a me a stringere le mie spalle, a scorrere le tue dita affusolate sulle mie ansie. La pelle è morbida, ruvido solo il mento malrasato, i nasi si strofinano, i morsi non si contano.

«Forse sei un congegno che si spegne da sé», la strofa è ripetuta all’infinito in un’invocazione disperata, in una domanda retorica a cui non si riceverà mai risposta. Un congegno maledetto, fatto di microchip e sentimenti, che più fragile non esiste null’altro. E ancora escoriazioni nella carne, e ancora sussulti. “E puoi maledire la tua bocca se sbagliando mi chiama quando lui ti tocca”.