Heineken-Jammin-Festival (1)

Heineken Jammin’ Festival 2010

E ancora una volta, gli organizzatori dell'evento si sono rivelati del tutto inadeguati a gestire una manifestazione di questa portata: molti sono stati i casi di ipotermia, i presenti sono stati sostanzialmente abbandonati al loro destino per più di un'ora, tempo della durata della bufera, e costretti a rifugiarsi negli stipati stand sparsi per il parco i più fortunati, sotto i cassonetti dell'immondizia i meno.

I sintomi della disorganizzazione si erano già avuti durante la giornata: entrata non transennata, davanti alla quale è scattata una vera e propria lotta alla sopravvivenza per non finire schiacciati; gestione pessima degli ingressi nella fossa sotto il palco, pressoché vuota; prezzi irragionevoli, soprattutto per le bevande, bene necessario considerata la stagione; conseguenti malori dovuti al caldo eccessivo, che potevano benissimo essere evitati bagnando di tanto in tanto la folla.

Insomma, per molti versi una giornata da dimenticare; eppure una giornata indimenticabile. E questo grazie ai gruppi che si sono succeduti sul palco prima che il nubifragio facesse cancellare, appunto, metà esibizione dei 30 Seconds To Mars, ma soprattutto l’intero concerto dei Green Day, la band più attesa.
Le danze si sono aperte poco dopo le 15.00 con la performance degli Oh No It’s Pok, i vincitori del contest indetto dall'organizzazione del festival. Hanno allietato il pubblico con mezz'oretta di musica post-punk, ma soprattutto con uno stile scenico e delle movenze estremamente divertenti, che ricordavano un po’ i robot, un po’ i videogame. Insomma, uno spettacolo piacevole, nonostante fossero musicalmente bravi ma non eccezionali.

A seguire, i Bastard Sons Of Dioniso. Ammetto che partivo prevenuta nei loro confronti, soprattutto per i loro trascorsi televisivi ad X-Factor. Mi sono dovuta ricredere, o almeno parzialmente: mi immaginavo la classica band pop-rock alla Finley o Dari, ed invece sono molto più rock ‘n’ roll e tecnicamente dotati di quanto pensassi. Un buon concerto, buone canzoni, peccato solo per le voci: eccessivamente nasali, da adolescenti. Insomma, un po’ insulse.
Terza band a salire sul palco: i Rise Against, quartetto punk-rock proveniente da Chicago. Senza alcun dubbio i trionfatori morali della giornata, soprattutto considerando com'è andata a finire. Tra il pubblico, le persone che conoscevano il gruppo rappresentavano un'unità infinitesimale, eppure Tim McIlrath e soci sono riusciti a coinvolgere l'intero parco con la loro grinta e la loro bravura: alla fine della loro esibizione non si contavano le parole di ammirazione nei loro confronti.Nei 45 minuti a loro disposizione hanno proposto una selezione dei loro più grandi successi, come “Give it All”, “Savior” e “Prayer of the Refugee”. Ma a spiccare su tutte è stata “Chamber the Cartridge”, durante la quale il parco si è trasformato in un tripudio di pugni alzati e grida a tempo di musica.
Un successo che non è riuscito ad ottenere la band seguente: i britannici Editors. Un gruppo che, col suo indie-rock, stonava grandemente col tema sonoro della giornata. Eppure questo è solo uno dei lati negativi della loro esibizione. Mosci, monotoni, freddi, per nulla originali: non che ci si potesse aspettare molto da una band che ha fatto dell'imitazione il proprio marchio di fabbrica. Perché, ammettiamolo: si tratta semplicemente della brutta copia degli Interpol, che a loro volta si ispirano senza neanche troppa fantasia ai leggendari Joy Division. Tecnicamente non sono neppure così male, anche se bisogna tenere a mente che si tratta di pezzi non particolarmente complessi. Hanno suonato per circa un'ora, proponendo brani come “An end Has a Start”, “Bones” e “Bullets” ad un pubblico annoiato, e che ad un certo punto li ha persino fischiati.

Ultima band ad esibirsi prima del nubifragio, come già accennato: i 30 Seconds To Mars. Dopo l'ingresso sul palco accompagnati dalla “Carmina Burana”, Jared Leto e compagni sono riusciti a proporre solo sette pezzi, tra cui “This is War” e “The Kill”, mentre purtroppo non hanno fatto in tempo a suonare singoli come “From Yesterday” o “A Beautiful Lie”. Memorabile “Vox Populi”, durante la quale sul palco si è scatenata una vera propria anarchia: la band stava eseguendo il pezzo quando, da dietro il backstage, c'è stata un’invasione di campo da parte di una massa di persone scalmanate che si sono aggregate ai Mars nel dare spettacolo. Tra queste, un uomo in costume da porcellino e, sorpresa più grande, Trè Cool, batterista dei Green Day, che con la sua esuberanza ha completato l'esilarante effetto di caos totale. Altro momento indimenticabile, “Search & Destroy”, brano interrotto per ben due volte da Jared Leto nel tentativo di portare tutto il parco a saltare a tempo di musica, obiettivo alla fine raggiunto: vedere tutta quella fiumana di gente che saltava con entusiasmo è stato davvero emozionante. Insomma, la band stava costruendo un grande spettacolo prima che fosse costretta ad abbandonare il palco a causa del maltempo.

Maltempo che ha rovinato una giornata fino a quel momento appassionante, tra i suoi alti ed i suoi bassi. È stato soprattutto il rimanere orfani dell'esibizione dei Green Day a spegnere gli animi, oltretutto considerando che la band era disposta a suonare comunque, una volta esauritosi il nubifragio: era pronta ad aspettare il tempo necessario per ripristinare gli impianti, così come i fan, incuranti del fango, del freddo e dell'attesa pur di riuscire ad assistere allo spettacolo di Billie Joe e soci.

Ma gli è stato impedito da un'organizzazione che ancora una volta non ha fatto che confermare la propria inadeguatezza. È assurdo e frustrante pensare come gli altri festival europei, qualora incontrino intoppi simili, nonostante tutto si svolgano regolarmente: il caso più recente è stata la tappa elvetica del Sonisphere Festival 2010.
Come direbbero i Queen: “the show must go on”.
Ma non all'Heineken Jammin' Festival.