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Crowd Surfing – Heike Has The Giggles

Vengono dalla Romagna mia, Romagna in fiore, più precisamente da Solarolo in provincia di Ravenna, in tre soltanto, ma con l’energia di un motore multijet: sono gli Heike Has The Giggles o HHTG per non incorrere in errori di pronuncia. Graffiante, femminile e incazzata è la voce di Emanuela Drei, nonché chitarra imbracciata non per bellezza. Scordatevi sia la solita bambolina tanto carina a cui piace “fare la troppa pazza” nel tempo libero. Quando sale sui palchi – e ormai è inutile tenere il conto di quanti ne abbia già battezzati – si scatena con una passione e una dedizione che si ritrova in pochissime starlette musicali nostrane. Al basso Matteo Grandi, viso da belloccio e cattiveria nelle mani, l’anello mancante tra ritmo e melodia, capace di stupire con assoli spaziali, formidabile nella sua compostezza, nel suo tenere il tempo senza lasciarsi andare ad imperfezioni. Ultimo ma non ultimo il batterista, Guido Casadio, furioso con quelle sue bacchette in mano. Posseduto dallo spirito di Jeff Porcaro, in una dimensione tutta sua dirige l’orchestra abilmente.

Ma veniamo al dunque: dopo un curioso disco d’esordio Sh!, esce Crowd Surfing, a distanza di due anni dal primo. Passo dopo passo, salto dopo salto, tra l’apertura dell’I-day a Bologna prima di Arctic Monkeys e Kasabian e il supporto come gruppo spalla di una moltitudine di band italiche, d’oltremanica e d’oltreoceano, eccoli ritornati in studio per incidere un album che li vedrà immediatamente impegnati, per ora fino a metà aprile, in un tour che toccherà tantissime piccole e meno piccole realtà del belpaese.

Le tracce contenute in questo LP sono sempre undici, come nel precedente lavoro, e i testi tutti in inglese. Immediati, incisivi, rimangono subito in testa, sono dei motivetti punk estremamente energici, pur conservando una precisa melodia. Si insediano nei meandri del sistema nervoso simpatico pronti a riesplodere in una tempesta di adrenalina, BOOM!

Tenetevi forte, aggrappatevi dove meglio credete, ma appena vi sintonizzerete sulle frequenze degli HHTG verrete strappati letteralmente da terra. Il primo brano è I wish I was cool, una disimpegnata quanto mai riffata interpretazione della “cooltura” dell’essere trendy. Che poi chi decide chi è IN e chi è OUT non l’ho mai capito e forse neanche Emanuela, visto che ci dà dentro con quel plettro mentre grida «I wish I was cool just like you, nothing to say that’s enough, I’d rather say nothing, only shame».

Filo conduttore della raccolta è ancora una volta questa mancanza di comunicazione, o abuso di essa. Confusione, intralci nei pensieri. Chiamiamole con il loro nome, “seghe mentali”: a noi giovani piace tanto dirlo, allora ripetiamolo pure in coro, che tanto male non fa, a parte triplicarle. Come in Dear Fear, forse meno orecchiabile, ma con un testo in cui tutti possono rivedersi. E’ un brano in cui nuovamente i sentimenti si mescolano, si ghiacciano, si sciolgono. Maledetto flusso di coscienza. Me la vedo la nostra cantante, mentre compone e si lascia andare a tutte le sue incertezze di ventiquattrenne.

E così, sognatrice, ma affezionata alle piccole cose, racconta in M. Gondry (deduco stia per Michel Gondry, il regista di Eternal Sunshine of the Spotless Mind e di L’arte del sogno) una tipica, seppur inutile incomprensione all’interno di una coppia. Motivo?! La scelta filmica. Ma cosa sarà mai, e invece no, è una tragedia, è solo l’inizio della fine. «I watch the stars, you watch a movie, I think about us and you watch the TV, I would like to say: you’re important to me, but it’s not so easy». Quasi uno scioglilingua veloce, sempre più veloce, da far invidia ad un rapper della Bassa Padana, un groove potente, ma equilibrato. Sicuramente una delle canzoni migliori insieme a Next Time, Time Waster e Don’t know.

Alle pelli un Guido eccezionale, un ritmo pacato per tutta la durata di Next Time, intervalli deflagranti come lampi in un cielo mesto. La voce di Emanuela è molto più bassa, quasi grave, quasi spenta, come un generatore di corrente che all’improvviso lascia al buio un intero palazzo. Ma è quest’atmosfera differente, rilassata e insieme tesa, un funky rock creato dalle pause e dalle schitarrate forti a rendere così interessante e ascoltabile la canzone. Più dinamica, decisamente da pogo è, invece, Time Waster. Aspettative alte, gioventù che cola fra le dita, “today I live like death doesn’t exist”. Sono degli eterni ottimisti questi HHTG, suonano, si scassano, come non dargli torto, effettivamente.

Perla geniale dell’album, nel suo essere apparentemente nonsense, è Blabla, un minuto e cinquantadue di parole a caso, “Hey look porn movie, supersfact yatch, inner pain blood heart…

Il brano che dà il titolo al disco, essenziale e decisamente illuminante per comprendere il resto delle canzoni, Crowd Surfing, rappresenta una libertà sia strumentale che creativa. E’ un respiro che sa di iodio e di salsedine, si confonde con quella voglia di buttarsi nel nulla, tra luce e tenebre, questo chi lo può dire. E intanto chitarra, basso e batteria suonano all’unisono con una folla in visibilio, tremendamente arrabbiata, morigerata mai.

Con tutta questa foga e grinta si meriterebbero ancora più notorietà, nel nostro piccolo cerchiamo di sostenerli ed incoraggiarli a diventare il volto rock dell’Italia all’estero. Con undici tracce così non possono che fare scintille! Un bel 9 + per gli Heike!