The Who - British Summer Time Live - 26th June 2015

La catarsi del modernismo come (ex) subcultura

Sociologia del concerto degli Who a Hyde Park

C’erano almeno tre generazioni di Mod, hooligan e figli dei fiori al concerto degli Who a Hyde Park venerdì scorso, 26 Giugno. Tra loro, per certi versi come una specie transgenica di pesce fuor d’acqua, c’ero anche io, che autolegittimavo la mia presenza ripensando all’abuso di Fred Perry della mia adolescenza, alla venerazione (mai sopita) per il parka, ai miei capelli a caschetto di qualche anno fa (“qualche anno” si traduce con numeri a due cifre…) e al mio giubbotto di jeans con le spille, che non va più di moda da un pezzo ma che ancora adesso, nonostante tutto, mi ostino ogni tanto a portare (è lo stesso di allora, si intende).

Questo il contesto e la dimensione emozionale di un raduno che aveva tanto di musicale quanto di sociologico, dentro a un Hyde Park al gran completo (venduti tutti gli oltre 65.000 biglietti consentiti dalla capienza) e vestito a festa per un viaggio nel tempo lungo mezza giornata. Gli Who non suonavano qui dal 2005, erano dieci anni fa ed era il Live 8, c’erano anche i Pink Floyd, così per dire, dieci anni esatti meno qualche giorno. Attorno a me, in un clima di festa, oltre trent’anni di pub culture si mescola visivamente alle icone più famose della subcultura nata con il motto “vivere pulitamente in circostanze difficili”. Siamo tutti qui riuniti per celebrare un rituale catartico, fatto di adulti stagionati con qualche dente rotto, alcuni addobbati con completi a quadri bianchi e neri e giacche blu a grandi righe rosse, magliette con i leggendari “bersagli” e pugni chiusi del Northern Soul. Sono i Mod del 2015, che si affratellano come fosse il 1967, quando Sting non era ancora nei Police ma solamente il fattorino di Quadrophenia in sella a una Lambretta. Cori da stadio, fumogeni e tanto alcol corroborano il rituale modernista del tempo che fu.

Tutto era iniziato alle 4 del pomeriggio quando Johnny “Fuckin” Marr, leggendario chitarrista degli Smiths, intratteneva la folla pomeridiana tra il surreale e il divertito, offrendole metadone romantico mentre, suonando divinamente la chitarra come fosse un’arpa, induceva uomini alti, grossi e prossimi all’ebbrezza ad abbracciarsi e cantare There Is A Light That Never Goes Out, o terremotarsi il cuore al riff di How Soon Is Now. Pensi per un attimo a Morrissey e a quello che può ancora essere, ma mai sarà, e attraversato l’intermezzo dimenticabile dei Kaiser Chiefs ti accorgi che sono già le 7 ed è ormai impossibile camminare tra la gente per la ressa che c’è.

In quel momento arriva Paul Weller a incendiare la serata con A Town Called Malice e That’s Entertainment di Jammiana memoria. Sebbene ci sia qualche volto più giovane, e persino qualcuno punteggiato da brufoli, l’età media è sufficientemente alta per poter dire che questa serata suona molto come “l’ultima volta”. L’immaginario modernista scorre davanti come un technicolor e restituisce l’identità comunitaria perduta a un pubblico che sembra quello dei reduci di una guerra che si ritrovano a salutare i vecchi amici della trincea. Sembra tutto un grande Dublin Castle (il pub che ha dato vita ai Madness, tuttora attivo in tutto il suo decadente splendore a Camden Town): solo, a cielo aperto.

E quella sensazione di “ultima volta” si fa ancora più forte quando sul palco arrivano quei due settantenni che cantavano di voler morire prima di invecchiare – e invece non ce l’hanno fatta, almeno loro, e sono ancora lì a sverniciare chitarre e svergognare quei gruppetti di sbarbati che a malapena sanno incrociare due accordi con un assolo. Stupisce Roger Daltrey, con quella voce inevitabilmente provata dall’anagrafe ma ancora solida, tonica e potente; inebria Pete Townsend, il chitarrista mezzo sordo come Beethoven, vestito come un pensionato della bocciofila con gli occhiali allacciati al collo eppure padrone incontrastato del palco, fra assoli visionari e “mulinelli” che come lui, nessuno mai. C’è l’omaggio a John Entwistle e Keith Moon, che non possono esser qui, e c’è il saluto finale, al termine di una Won’t Get Fooled Again da brividi, con Roger e Pete che celebrano cinquant’anni di carriera pronunciando tutti i verbi al passato e lasciano in bocca quella sensazione che, passato Glastonbury e questo mini-tour, possa davvero essere finita un’epoca.

Se le subculture non esistono più da un pezzo, e il punk era una grande truffa, se il mercato si è mangiato la cultura e gli hipster si sono mangiati l’indie facendolo a filtri su Instagram, se i pub diventano “gastro-pub” e la gentrificazione ha cementato le comunità locali come un vecchio graffito del passato, almeno il modernismo ha avuto la romantica idea di farsi un funerale coi fiocchi. Perfettamente riuscito.

“Don’t cry, don’t raise your eye, it’s only teenage wasteland…”

Grazie


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