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FAME. Ma chi è Pasquale? – Abbiati & Capuano

«Non fare lo spiritoso, ci sono già stati dei problemi.» Così Leonardo Capuano rivolgendosi ironicamente a Roberto Abbiati, durante i ringraziamenti ad Armunia e al Festival Inequilibrio 2015 dove è andato in scena il loro FAME – Ma chi è Pasquale?.

E allora proviamo a iniziare da qui, da questa battuta fuori copione che prosegue la scia di un motto di spirito durato sessanta minuti circa. Con la fatica talvolta di comprimerlo e talaltra di farlo scattare, si ride di quei “problemi” tra due attori che si seguono come un’ombra sulla scena. Attraverso il registro del comico e della Commedia dell’Arte i due apriranno uno squarcio nel perturbante da cui potremo guardare di sbieco – con lenti büchneriane – l’altra faccia della «fame», ovvero la «fama».

Come due mimi su un palco, contrassegnato da scatole e oggetti vari, Abbiati e Capuano hanno una fisicità già contrastante: l’uno esile con baffi e capelli, l’altro sportivo – per quanto lo celi – e glabro. Messi l’uno a fianco all’altro sono già uno scarto, e questa è una delle prime regole della comicità che non vedono l’ora di innescare. Lo scheletro di un ombrello con cui ripararsi da una tempesta in arrivo diventa allora il fucile con cui difendersi dall’altro che così impara a starsene lontano; le griglie di un tostapane dei catodi per la scarica elettrica; un aspirapolvere il cambio di un’automobile che parte in quarta; e un bollito che poteva sfamare forse svela la vera storia del brodo finto.

Foto di scena ©Lucia Baldini

Le scene si accumulano e i due attori si rintuzzano vicendevolmente per far scattare la molla del comico che ci fa compiere salti mortali, carpiati ruotati dai gradi improponibili, pur restando seduti – ovviamente. Il loro è un soliloquio dialogato esente dall’informazione e tuffato nell’esperienza: ognuna ne apre altre; in loro e nel nostro immaginario.

Non solo le categorie di personaggio, autore, attore si sovrappongono, si smascherano, si intrecciano facendo deflagrare il concetto di identità – l’interrogativo irrisolvibile del titolo (Pasquale è il fantomatico servo su cui Arlecchino scarica ogni responsabilità) –, ma anche la parola mostra l’altra sua faccia.

«FAME» collima con «fama» diventando lo stesso angolo calamitato attorno cui ruota il mestiere dell’attore e il mistero di una vita. La celebrità, i soldi sono l’altro padrone di Arlecchini stolti, ingannati dalla fame, dalla corporeità e dal successo pur continuando a muovercisi dentro.

Foto ©Lucia Baldini

Le maglie di questo spettacolo allora si allargano e noi proviamo a nuotarci con il rischio di annegare. Tutti questi elementi, infatti, che fuor di dubbio fanno la qualità dello spettacolo, sono al tempo stesso minacciati delle leggi stesse che regolano lo spettacolo teatrale: la ripetitività di un meccanismo fino a quando può ripetersi? Come si esaurisce?

Forse, quella di Roberto Abbiati e Leonardo Capuano, è un’impresa donchisciottesca che però ha il merito di fare dell’ambiguità, intesa come possibilità di creare un moto di pensiero, cifra stilistica dello spettacolo, e di farlo sfidandoci apertamente dall’inizio alla fine; anzi dal pre-inizio.

Da un lato un foglio di sala che cita wikipedia, l’importanza per gli attori di essere nati entrambi in case dai numeri civici pari, di conoscersi nel 2004 durante il «ehi ciao come stai»; e dall’altro un’entrata in palcoscenico che comincia dal loro ultimo spettacolo insieme Pasticceri. Due cuochi con frusta e boule in mano entrano mimandosi, come allo specchio, l’uno accanto all’altro. Si muovono a tempo di Sweet Home Alabama, la prima di una lunga playlist rock memorabile, ma le luci si rialzano in platea, gli attori se ne scappano quasi uno appresso all’altro e la musica finisce.

Lo spettacolo ora può iniziare: in mezzo ci siamo noi sorridenti, increduli, imbarazzati e imbarazzanti.

Tensostruttura, Castiglioncello – 24 giugno 2015