diamante nero sciamma

Diamante nero – Céline Sciamma

Con il suo terzo lungometraggio Diamante nero, Céline Sciamma, giovane regista salita alla ribalta internazionale nel 2011 con l’apprezzato e pluripremiato Tomboy, chiude il cerchio di quella che lei stessa, senza esitazioni, ha definito una trilogia sull’’adolescenza. Più precisamente, l’adolescenza viene tematizzata e, per così dire, rilevata nel suo approccio alla sessualità, ora iniziatico desiderio reciproco e attrattivo di giovani ragazze in Naissance des pieuvres del 2007, ora delicata costruzione dell’’identità sessuale di una ragazzina che decide di presentarsi e comportarsi come un maschio in Tomboy.

La sessualità e le eterogenee quanto intricate questioni ad essa legate sono il punto nevralgico dei primi lavori della Sciamma, peraltro frequente lettrice di Judith Butler e Virginie Despentes, punti di riferimento del fervido dibattito queer su tali tematiche. Il suo peculiare talento sta nell’’aver esplicitato la complessità di tutte queste trame in un modo fattuale, aderente cioè alle contingenti circostanze di vita dei protagonisti. L’’adolescenza e la comparsa dell’identità sessuale vengono mostrate sotto una luce lontana da complessità concettuali affiliate a prese di posizioni intellettuali o militanti, per lasciare il tutto in mano alla forte spontaneità del sentire degli adolescenti messi in scena. Quest’’ultimo aspetto appare ancora più chiaro in Diamante nero.

diamante nero poster

La protagonista Marieme, giovane sedicenne nera di un sobborgo parigino, con il suo sguardo nostalgico che indugia tra carenze affettive e un’’autocostrizione ad agire in modo ribelle per vedersi in qualche modo affermata, si avvicina a una banda di tre ragazze – da qui il titolo originale francese, Bande de filles, banda di ragazze. A fare da collante all’’unità del gruppo sono i balli, le chiacchiere e le lotte verbali e fisiche con altre ragazze.

Ponendo al centro della scena figure di giovani donne e lasciando ai margini gli adulti (la madre di Marieme che compare per pochissimi secondi), il film pone lo spettatore unicamente di fronte all’’immediatezza adolescenziale del modo di vivere della protagonista. Le poche figure maschili, un fratello-padrone e un fidanzato non sempre in grado di capire Marieme, finiscono per aumentare e rimarcare la solitudine di quest’ultima e la sua lotta nel cercare di capire come agire per dare un futuro alla sua persona e al suo essere donna.

Questa discrepanza tra adulti e adolescenti e tra figure femminili e maschili non si traduce, tuttavia, nell’’occasione per generalizzare in maniera polemica ma si mostra per quello che è, per come va a incastrarsi nei momenti più critici della vita di una giovane sedicenne. È come se tutto fosse freddamente oggettivato, come se tutto quello che circonda Marieme e le sue amiche non avesse in fondo bisogno di spiegazioni o di attenzioni esplicative. Non è un caso che la scena più potente e simbolica del film sia quella dove le ragazze cantano e mimano, nella stanza di un hotel, la canzone Diamonds di Rihanna: in questa scena si condensano le scelte stilistiche delle regista, che, con lunghi piano sequenza e immagini rallentate, mostra senza bisogno di dialoghi e parole la forza che sottende tutto il film: la forza impetuosa e il fragile equilibrio di chi cerca di diventare donna.