Eastern Boys - Robin Campillo

Eastern Boys – Robin Campillo

Ci ha pensato la sezione Orizzonti a offrire qualche chicca a questa edizione del Festival. Eastern Boys di Robin Campillo ne è chiaro esempio. Sceneggiatore di molte delle opere di Laurent Cantet (quello de La Classe), il regista francese ci regala al suo secondo esperimento un gioiellino sui generis, che inizia come un docu-film per trasformarsi in un dramma, degno dei migliori Dardenne.

Le problematiche sociali, fra tutte, quella della politica occidentale sull’immigrazione, ne attraversano la trama ma rimangono sottese alla storia, focalizzata sulla comunicazione e la relazione con “l’altro”, un gruppo di “ragazzi dell’Est”, nella fattispecie. Nello splendido incipit, omaggio alla Nouvelle Vague, come la scelta di raccontare per capitoli, viene presentata “Sua Maestà la Strada”, ovvero la Vita, con il suo brulichio di corpi, per poi restringere e zoommare l’inquadratura sull’interno di un appartamento borghese. Quindi sulla vita di un uomo, Daniel, dal cui sguardo percepiamo una condizione di abituale solitudine. L’incontro sul marciapiede con Marek, uno dei ragazzi dell’Est, e la seguente irruzione di questi ultimi nella sua intimità, ne romperanno l’equilibrio.

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Non c’è nessuna moralizzazione e la violenza fisica e verbale dell’urto non infastidisce, quasi a voler essere l’esito naturale di un gioco di sguardi e sussurri che si compie all’inizio tra i due protagonisti. Lo scontro ha l’atmosfera suggestiva di una festa proibita, tra le scene più riuscite del film, e suggella l’incontro tra due realtà. La gioventù clandestina, indurita dal quotidiano orrore, il cui corpo “è la cosa più importante che Dio le ha dato”, come dirà il boss della banda a Daniel, e la nuova borghesia, che nella realizzazione materiale colma il suo vuoto emotivo, si riconoscono in un senso comune di “stanchezza della vita”.

Lo spettatore avverte il tutto, non dai dialoghi ma dalla panoramica dell’appartamento svuotato di ogni suo lusso e dal modo in cui si riempie dei corpi dei personaggi, dei quali “sentiamo” l’evolversi di un sentimento. Ciò che non può essere detto può solo essere reso attraverso il contatto, lo sfioramento, e l’intesa, attraverso il linguaggio dei sentimenti. Sarà una forma di bene indefinito e incondizionato che porterà alla scelta finale, quella di adottare Marek. Un atto di coraggio oltre l’indifferenza e il risentimento celato dietro un senso di ingiustizia sociale.

Commuove e stimola riflessioni sul dovere di responsabilità sociale, il film di Campillo, ricordandoci, nell’era della spettacolarizzazione ad ogni costo, che fare Cinema è prima di tutto comunicare all’anima.