Sacro_GRA_Rosi

Sacro GRA – Gianfranco Rosi

Perché Sacro GRA è un Leone d'Oro deludente

In Italia il documentario è un genere che, dopo le vette raggiunte da pochi, grandissimi cineasti (Vittorio De Seta su tutti) si è imposto raramente all’attenzione di pubblico e critica. C’era quindi grandissima attesa per Sacro GRA, primo documentario italiano nella storia ad essere selezionato per la sezione principale del concorso veneziano. Attesa purtroppo tradita da un’opera che si è rivelata deludente sotto diversi aspetti e molto lontana nello stile e nel taglio da alcuni lavori precedenti del regista.

Sacro GRA coglie nell’arco di 93 minuti uno spaccato di esistenze umane sfiorate dall’asfalto del Grande Raccordo Anulare romano, la più estesa autostrada urbana d’Italia e ideale anello di congiunzione tra personaggi e storie separate dalla distanza metropolitana di un non-luogo lunare e alienante. Basato su un’idea sulla carta molto interessante, paradossalmente il film di Gianfranco Rosi segue lo stesso percorso del luogo che attraversa: come il Grande Raccordo Anulare si muove in cerchio senza portare verso nessuna destinazione, fermandosi lungo il tragitto per dare spazio a tante (probabilmente troppe) vicende diverse tra loro nel tentativo di rintracciare i bagliori di un’umanità periferica e residuale.

Se il lavoro precedente di Rosi, l’ottimo El Sicario, privilegiava la dimensione asfissiante e serrata di una singola narrazione individuale in presa diretta, Sacro GRA finisce per sfilacciarsi in un mosaico disomogeneo e confuso di esili tranche de vie, agli antipodi rispetto al rigore che Rosi aveva fin qui dimostrato. L’impressione è che al film abbia nuociuto non solo la vastità dell’ambiente rappresentato ma anche l’enorme mole di ore di girato nell’arco di due anni di riprese, difficili da comprimere in un quadro unitario della durata di un’ora e mezza.

Altra obiezione che legittimamente si può muovere è quella di poter apparire troppo artificioso e costruito, indeciso e in bilico tra il taglio documentaristico classico e una deformazione grottesca del reale che troppo esplicitamente rimanda al cinema di Garrone o Sorrentino. Sorge quindi più di un dubbio sulla effettiva spontaneità e sincerità di un film che non riesce, purtroppo, neanche a trasmettere una chiave di lettura originale o un coinvolgimento emotivo forte allo spettatore. Non bastano alcuni magnifici scorci della periferia romana a rendere davvero grande il sacro GRA.