Es-stouh - Merzak Allouache

Es-stouh – Merzak Allouache

L’ultimo film della selezione ufficiale di questa Settantesima Mostra del Cinema è Es-Stouh (Les Terrasses) dell’algerino Merzak Allouache. Le terrazze del titolo sono quelle che danno sui tetti di Algeri, la capitale, porto mediterraneo in fondo così simile a Napoli, Genova, Marsiglia, città sorelle che guardano lo stesso mare e da sempre raccolgono la stessa umanità di passaggio, accomunate dal fascino dei porti, sempre così aggettanti verso le promesse che lambiscono le loro banchine. Allouache gira questo film sospeso su Algeri, racconta cinque storie, cinque terrazze, cinque quartieri, cinque momenti di una giornata scandita dal disteso ritmo delle preghiere dei muezzin, che dai minareti si diffondono in tutta la città.

Storie diverse di umanità varia e vivissima: giovani musicisti e aspiranti terroristi, innamorati e gangster, figli della guerra e vecchi rivoluzionari impazziti, bambini, esorcisti, cinematografari. Tenere le fila in poco più di un’ora e mezza di film è già una prima conferma del mestiere del regista. Ma Allouache è straordinario nell’illuminare via via le sue storie con lo stesso sguardo umano e partecipe, con un gusto della sfumatura che pare prendere dall’alternarsi dei colori del cielo di Algeri, in questa giornata lunga e per molti fatale. Si ama e si odia, si piange, si imbroglia, si sogna e si ricorda sui tetti di Algeri. Sui tetti di Algeri si muore. Perché Algeri è una città solo apparentemente pacificata ma che porta ferite profonde, che non si possono nascondere con una mano di vernice come quella data per accogliere il presidente francese in visita, dove ancora si piangono i morti e i soprusi di una sanguinosa guerra civile, dove i fratelli sono ancora pronti a uccidersi, dove le madri non hanno dimenticato tutte le lacrime che hanno versato.

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La grandezza del film è nella sapiente dosatura del ritmo, non solo narrativo ma anche sentimentale, l’equilibrio, la capacità di mettere in scena disperazione e violenza senza quasi farle pesare, commuovendo la mente, gli occhi prima del cuore. La sceneggiatura è ottima, ognuno dei tantissimi personaggi ha la sua sfaccettatura, la sua profondità, è disegnato semplicemente, a matita, con pochi tratti sicuri, senza spreco di informazioni e senza ricorrere alle scorciatoie del luogo comune. Mirabile la fotografia, che come detto sfuma e colora una città forse non bella, certamente lontana dal pittoresco, vera, segnata dai traumi della sua storia, con totale aderenza ai colori tenui ma dalla vertiginosa profondità della storia.

Merzak Allouache sulle sue terrazze ci regala, in questa Mostra senza capolavori, uno degli episodi migliori, in una chiusura di concorso che dopo momenti anche frustranti ci lascia ancora una volta con gli occhi il piacere della visione e quella sensazione che mentre lasci Venezia – altra città dove da secoli batte il cuore del Mediterraneo – ti rinnova la nostalgia di una vita nel cinema e ti fa promettere che tornerai.