the green inferno still

The Green Inferno – Eli Roth

Nel 1979 usciva quello che fu il film più censurato della storia del cinema: una troupe, partita per l’Amazzonia con l’intento di girare un documentario sul cannibalismo delle popolazioni indigene, non dà più notizie da sei mesi. Questo l’incipit di Cannibal Holocaust, controverso capolavoro di Ruggero Deodato, accusato falsamente di essere uno snuff a causa del terribile realismo e del massacro di animali inopinabilmente perpetrato durante le riprese. Diviso in due parti, la prima, The Last Road to Hell, racconta della spedizione per recuperare (almeno) i filmati dei quattro (defunti) reporter, la seconda, The Green Inferno, consiste invece nella visione dei (violentissimi) filmati 16mm a New York da parte dei voraci network televisivi, fino alla dolorosa domanda finale, con quasi 15 anni di anticipo su Natural Born Killers, su quali siano i veri cannibali.

Oggi esce The Green Inferno di Eli Roth. Che è un remake (sui generis) di Cannibal Holocaust così come il tarantiniano Inglourious Basterds lo è di Quel Maledetto Treno Blindato, e Django Unchained del Django corbucciano.

Cannibal Holocaust, Ruggero Deodato, 1979

Roth, regista cinefilo ormai maturo, ha saputo assorbire dal suo maestro e mentore Quentin Tarantino la capacità tipica del cinema moderno di prendere un contenuto, un’atmosfera, un genere, un film, per masticarlo, ricontestualizzarlo e tirare fuori qualcosa di completamente nuovo. Fra l’omaggio commosso del fan (il film si chiude con un elenco di film di genere italiani a cavallo fra Settanta e Ottanta e la dedica esplicita a Deodato) e l’opera di un autore completo che sa esattamente quello che fa.

Osa, diverte, parodizza, sostituisce la paura con il macabro. Creando uno splendido gioco metacinematografico, dove però il metacinema è nascosto, è fatto di citazioni, rielaborazioni e cannibalizzazioni, letterali e concettuali, un linguaggio fresco e moderno, regia nervosa e perfetta, tempi comici calcolati al millesimo. Un po’ pulp, un po’ splatter. Ed ecco che con queste premesse il cannibal non è più fuori tempo massimo. Divertimento con alla base tanta cinefilia intelligente, studiata, vissuta.

Se Cabin Fever era un esordio molto interessante, se gli Hostel hanno portato al regista la meritata fama nel torture porn, se il finto trailer Thanksgiving all’interno di Grindhouse ed il film nel film Pride of Nation dentro Inglourious Basterds lo hanno consacrato come autore (meta)cinefilo, questo The Green Inferno è lo scarto formale, la prova definitiva che siamo davanti a un grande. Una ex promessa che si installa nell’Olimpo della celluloide.

I reporter del film originale sono in realtà sostituiti da un gruppo di attivisti. Justine, giovane e avvenente figlia di un ufficiale dell’ONU, cede al carisma di Alejandro e del gruppetto da lui capitanato, decidendo di partire, armati solo di buone intenzioni e cellulari con fotocamera, per l’Amazzonia. Obiettivo fermare un disboscamento illegale mandando in diretta su internet la loro azione. Ma l’aereo sul quale viaggiano precipita durante il viaggio di ritorno, ed i superstiti si renderanno presto conto che la popolazione da loro salvata li apprezza, oltremodo. Come cena.

Mai stupido, mai banale, sicuro e diretto. Raffinato ed alto. Ben oltre l’exploitation.