Tusk

Tusk –Kevin Smith

Pare quasi impossibile unire nella stessa pellicola personaggi presi dalla più delirante delle commedie, circostanze spudoratamente surreali, ambientazioni cupe e spaventose – stile dark horror -, e una tensione emotiva sapientemente alimentata e regolata – come solo i migliori psico-thriller sanno (s)caricare -, quella capace di aumentare il battito cardiaco fin quasi a farlo fermare, inchiodando alla poltrona anche lo spettatore più scettico. Eppure Kevin Smith, in concorso per la sezione “Mondo genere”, fa del suo Tusk un impasto tanto eterogeneo quanto equilibrato di stili, caratteri e generi diametralmente opposti, (razionalmente) inconciliabili.

Da un fatto autobiografico – la conduzione di un programma podcast insieme al produttore canadese Scott Mosier – il regista statunitense dà vita alla storia di due amici web-speaker: Wallace (Justin Long), stereotipo canadese del giovane americano, un po’ simpatico sbruffone, un po’ cinico narcisista, e Teddy (Haley Joel Osment), compagno di risate, sincero consigliere e amico fidato (perché meno attraente) che ha però una tresca con Ally (Genesis Rodriguez), fidanzata di Wallace. Dovendo alimentare il programma “The Not-See Party”, di equivocabile pronuncia, con storie assurde e (possibilmente) volgari, Wallace parte per il Canada dove incontra il misterioso e psicopatico Howard Howe (un tagliente Michael Parks che fa di volto e voce il riflesso di un personaggio schizofrenico e megalomane, portatore sano di follia e lucido antropologo) desideroso di (ri)dare all’essere umano la sua vera forma animalesca, quella di un tricheco-Frankenstein di pelle umana. Ad aiutare i due amanti nella ricerca di Wallace-walrus (nomen omen), si aggiunge l’investigatore Guy Lapointe, che non risparmia dettagli macabri del modus operandi dell’anziano serial killer, e che Johnny Depp rende strampalato uomo di mezz’età (vagamente riconducibile a un moderno Jack Sparrow) in perenne stato di cosciente ubriachezza.

Inizia così una metamorfosi diegetica e stilistica che strappa lo spettatore dai comici e luminosi toni iniziali (sottolineati da una fotografia limpida e nitida) e lo getta nella frenesia noir mista alla sconvolgente palesata assurdità delle dinamiche splatter. È un incalzante attrito psico-somatico che regia e sceneggiatura affidano soprattutto all’accostamento (nel montaggio) di contrasti, di opposti, d’incompatibilità che imprimono un inaspettato segno agrodolce, uno spaventoso e geniale gusto tragicomico degno di un film palpitante, sconvolgente e disturbante.